Studiare musica da adulti: Faq 1
Il precedente articolo Studiare musica da adulti è stato letto in una sola settimana più di 2000 volte. L'argomento interessa, e ancora una volta la crisi della musica è smentita dai fatti. Moltissimi giovani ed adulti hanno desiderio di "fare musica", di provare a misurarsi con uno strumento musicale, di sentire le vibrazioni di una chitarra o di un sassofono riverberarsi nel proprio corpo mentre si suona. E non ha importanza a quale livello si suoni: l'importante è godersi il piacere di farsi la propria musica. Ho ricevuto molti commenti ed Email e in questo articolo voglio estendere a tutti alcune risposte alle domande che mi sono state poste.
L'importanza dei sogni
Il titolo dell'ultimo lavoro di Fiorella Mannoia è "Ho imparato a sognare". Come se anche per sognare fosse necessario un apprendistato, un'abilità che sappia rendere quello spazio di fantasia ad occhi aperti un autentico sogno. Il sogno – e mi riferisco a quello da svegli – è il livello estremo del nostro pensare irrazionale, senza il pragmatismo del ragionamento, del calcolo preventivo, del progetto. Sognare è immaginarci in potere di ottenere dalla vita tutto ciò che desideriamo, lasciando libero sfogo al nostro inconscio, che per quanto può, riesce a formare anche i nostri sogni da svegli. Purtroppo ci insegnano a frenare questi sogni, incanalandoli in percorsi obbligati, annullandoli in nome del calcolo o del ragionamento. Ma chi l'ha detto che le fantasie siano sempre impossibili? Quante volte cestiniamo un sogno prima ancora di aver provato a spostarlo dal pianeta dell'immaginazione a quello della possibilità? Siamo certi che non siano proprio i sogni fantastici a regalarci soluzioni per un futuro così incerto?
Studiare musica da adulti
Si può studiare musica, cantare, imparare a suonare uno strumento musicale a tutte le età, senza limitazioni. Per anni una certa cultura accademica ha sostenuto il contrario. Sembrava che, per avvicinare un pianoforte, o si iniziava a cinque anni oppure non c'era speranza di cavarne fuori nulla. Non è assolutamente vero. Arriverei pure a dire che si possono ottenere risultati da "virtuoso" pur iniziando a studiare uno strumento a cinquant'anni, e anche più avanti. Se i risultati non arrivano ad essere così soddisfacenti non è per ragioni "fisiche" o per limitazioni date dall'età. E' solo per faccende di "testa" cioè per l'approccio mentale con cui ci si pone di fronte allo strumento. Ad esempio: il bambino non si pone mai l'obbiettivo di diventare una star della musica; l'adulto sì! E qui nascono i problemi…
Musica al lavoro
E venne la ambient music. Ma no! La musica per ambienti c'è sempre stata. Voglio dire; le prime volte che l'uomo tentò di imitare i suoni della natura imitò la "ambient music" più ambient che ci fosse: l'imitazione della natura e dei suoi suoni. La "ambient music" del '900 si prefisse invece l'obiettivo di riprodurre metafore di ambienti sonori per catapultare l'ascoltatore in una dimensione emozionale artificiale: sentirsi al mare nonostante si sia in un grigio appartamento cittadino; evocare sonorità e profumi esotici (mi viene in mente Aguas da Amazonia" di Philip Glass), o ideare colonne sonore per Aeroporti , come ha fatto Brian Eno. La vera affermazione della musica d'ambiente giunse con le radio private, i walkman e l'Ipod. Ognuno poteva e può mettersi nelle orecchie o nei propri ambienti la musica che vuole. La stragrande maggioranza delle volte la musica diventa un sottofondo alla nostra vita, un ambiente sonoro appunto. Anche al lavoro sono sempre più frequenti sonorizzazioni più o meno raffinate ed indovinate. Ma la musica al lavoro aiuta o non aiuta?
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Lo sfogo cinico di Pierluigi Celli
Pierluigi CelliUna lettera può anche essere semplicemente uno sfogo, e c'è chi si sfoga sul suo blog personale e chi lo fa mezzo stampa nazionale. Uno sfogo è senza dubbio la lettera che Pierluigi Celli ha indirizzato a suo figlio e pubblicato su Repubblica. Lo dico subito: è una lettera che non mi piace. Condivido molte amarezze, anzi quasi tutte, ma da un direttore generale d'università, che vanta un curriculum di passaggi al comando di importantissimi poli economici nazionali (eni, enel, rai, omnitel ecc.), vorrei ottenere chiavi di lettura per evolvere, non inviti a disertare, perché la sua è apologia alla diserzione, e niente altro.
Leadership e gioco di squadra
Una delle metafore più usate ed abusate nella dialettica aziendale è l'immagine della squadra, del team integrato e felice che scende in campo come una grande famiglia per raggiungere gli obbiettivi prefissati, per vincere. Una squadra è un'insieme di figure con ruoli diversi; è una formazione dove a ciascuno compete una particolare funzione specialistica. Tutta la formazione concorre a raggiungere gli obbiettivi, tutti i ruoli sono determinanti e responsabili per le sorti aziendali. Se immaginiamo l'azienda come un palazzo dove ad ogni piano si sviluppa un processo aziendale (direzione, amministrazione, produzione, commerciale, ecc.), la squadra è posta verticalmente rispetto all'intera struttura: ogni processo ha un ruolo preciso nella squadra aziendale. Invece molti leader preferiscono pensare l'azienda come un insieme di squadrette: la squadretta direzionale, quella commerciale ecc.
La squadra è l'azienda: l'azienda è iscritta al "campionato", non la singola squadretta direttiva o commerciale o altro.
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