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La vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare!

I Conservatori visti da Ichino

Sia chiaro: che un quotidiano come il Corriere della Sera rifletta sulla condizione del fare ed insegnare musica in Italia, è evento da ricordare, quasi da applauso. Bisogna saper accogliere le attenzioni a prescindere dal fatto che queste siano pertinenti e puntuali fino in fondo. Nell’articolo di Pietro Ichino centrato sul funzionamento dei Conservatori di musica, apparso sul Corriere di domenica 8 novembre 2009, c’è la buona intenzione. Però sono elusi i fondamentali, le vere ragioni per cui sulla musica e sul futuro professionale dei giovani (e meno giovani) musicisti domini oggi il grigio più totale. Il professor Ichino mira al dito ma gli sfugge completamente la luna. E poi dice alcune cose che ad un musicista suonano un po’ antiquate. Ad esempio: ormai è appurato che insegnare musica sia un ruolo ed un compito specifico per un musicista; non basta saper suonare bene il proprio strumento per meritarsi un posto in conservatorio, come invece sosterrebbe il professore.

I conservatori sono scuole professionalizzanti per diventare musicisti. Questo soprattutto dopo quella specie di riforma “sformata” del 1999. Dal conservatorio si esce con una laurea che dovrebbe consentire di intraprendere la professione di musicista. Ma le cose stanno diversamente. Ogni musicista laureato ha oggi la quasi certezza di non trovare un impiego con la musica. Non intendo un lavoro fisso: intendo un ruolo nel mondo della musica, fosse anche precario o da libero professionista. I musicisti possono sì suonare ma a patto che non chiedano soldi; l’ho già detto in questo articolo di qualche giorno fa.

In una situazione di questo tipo, stabilire chi insegni in conservatorio lo trovo certamente interessante, ma non funzionale al miglioramento di tutto il settore musicale. I giovani rimangono disoccupati non perché siano poco preparati. Decine di talenti escono ogni anno dai conservatori, indipendentemente dal fatto che abbiano avuto insegnanti “idonei” o “blasonati”. I loro insegnanti spesso hanno trovato nell’insegnamento l’unica possibilità di guadagnarsi da vivere con la musica, mentre magari avrebbero preferito suonare in orchestra, fare un’attività concertistica, studiare e scrivere di musica, comporre e via dicendo.

Se io fossi il professor Ichino, e davvero volessi occuparmi delle manchevolezze e contraddizioni del mondo musicale italiano, prima di occuparmi dei conservatori porrei l’attenzione su qualche altro aspetto di questo microcosmo. Ad esempio mi domanderei quali siano le competenze che dovrebbero possedere tutti quei signori che fanno gli assessori alla cultura dei comuni italiani, i responsabili del turismo e spettacolo, i coordinatori eventi delle pro loco, insomma tutte quelle figure che un tempo erano gli interlocutori dei musicisti ed ora invece organizzano la cultura come fosse faccenda condominiale, da organizzarsi fra amici e collaterali. Sono adatti a coprire il ruolo di cui sono investiti? Come ci sono arrivati? Per concorso??

Sostenere che uno degli esempi di chiusura ai giovani del “Paese” sta nel fatto che un laureato di conservatorio non riesce a ricollocarsi facilmente in conservatorio è per lo meno curioso. Manca tutto il resto, professor Ichino. Mancano le occasioni per fare della musica la propria professione. E’ in questo che il Paese ha chiuso le porte ai giovani! Il professore osserva i conservatori dalla prospettiva sbagliata. Lui si preoccupa di chi ci insegna, del valore degli insegnanti e di quanto vangano pagati. Ma i più si stanno domandando: a cosa servono i conservatori? Sono solo contenitori di posti di lavoro o hanno invece una funzione nella società italiana?

Se si vuole davvero mettere mano al mondo dei conservatori il da farsi lo si conosce già da anni. Ridurli dalla cinquantina che sono ora a dieci soltanto e renderli nel contempo davvero professionalizzanti.

Tutti gli altri ragionamenti sono e rimangono opinioni della domenica!

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Sono daccordo solo in parte cara angyarp. Per due ragioni: una è che se i conservatori sono scuole professionali è bene che vengano modulati in funzione delle possibilità occupazionali dei futuri musicisti. Poi, francamente, ed è la seconda ragione, ritengo siano un po' troppi. Il che non vuol dire "chiuderli". Basterebbe che si decidesse che alcuni conservatori hanno una funzione "educativa" nei confronti della musica, cioè siano impostati non per creare professionisti ma per generare passione musicale.

Sui costi devo dirti che le tasse di iscrizione al conservatorio oggi non sono così differenti rispetto ad una retta in una scuola civica.

In ultimo, per quanto riguarda la professionalità degli insegnanti, sono invece daccordissimo. Anch'io credo che la giovane età non significhi proprio nulla, soprattutto se legata all'insegnamento. Se l'esperienza non rimane un plusvalore almeno nell'insegnamento, allora come presidente del consiglio voglio un bimbo di otto anni...di rinnovamento ne porterebbe...eccome!!

 
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Assolutamente non ridurre i conservatori! questo significherebbe incrementare il sacrifio delle famiglie (che è già consistente) per mandare il figlio a studiare in un conservatorio fuori sede. Sì invece a professionalizzarli e rinnovare il personale docente delle nuove generazioni, non che sia SOLO giovane ma che abbia la grinta e la preparazione per insegnare!!!

 
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Ormai ci ho perso la speranza per quanto riguarda la questione del lavoro nella musica. Ciò che mi resta e penso che resti a tutti gli altri musicisti è solo l'amore per quest'arte. E nemmeno una situazione dov'è presente del denaro potrà farci cambiare strada..

Saluti

 

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