Insegnare a far musica

Insegnare a far musica

Quando bazzicavo il Conservatorio di Milano erano ancora gli anni settanta. L'ambiente era abbastanza tranquillo, il clima non aveva subito scosse dalle rivolte studentesche e politiche, i docenti dormivano fra due cuscini, chi con il solo lavoro bisettimanale di insegnante, chi invece barcamenandosi col doppio impiego (e doppio stipendio) di orchestrale e insegnante.

Dal punto di vista musicale i linguaggi si stavano evolvendo già  da qualche tempo, tuttavia per il docente tipo (escluse rare eccezioni) il jazz non esisteva, l'etnico nemmeno, figuriamoci il pop od il rock.
Se uno di noi, studenti curiosi, si azzardava ad esprimere interesse per i Queen o per i Pink Floyd il minimo che si beccava era una occhiataccia.
Ricordo come fosse ieri un episodio: in un'aula stava facendo lezione un professore di violino (ex spalla del Teatro alla Scala) con un allievo ai primi anni. Nelle due aule adiacenti c'era da una parte uno scalcagnatissimo gruppetto di ottoni che cercava di leggere un quartetto di non so chi; dall'altra c'ero io, al sesto corso di clarinetto, insieme ad un amico pianista cercando di fare un po' di jazz, improvvisando, con gusto devo dire. Dopo pochi minuti entra, senza bussare, il prof di violino e ci dice: "in questo posto si fa musica, non pernacchie", e uscì. Noi, rispettosamente abbiamo lasciato che il professore continuasse la sua lezione ad un ragazzo che, con buone probabilità  statistiche, ha poi cercato di capire come suona il jazz, da solo.

A più di vent'anni di distanza, le cose sembrano cambiate, se non altro per il ricambio generazionale avvenuto tra gli insegnati. A dire il vero non è solo una questione di età  ma anche di approccio all'insegnamento, oggi sostanzialmente diverso da quello di qualche decennio addietro.

Ai miei tempi gli insegnanti erano per lo più indifferenti al destino dei propri allievi. Il mio insegnante di strumento si vantava di aver raggiunto la capacità  di "infischiarsene" di come gli allievi si comportassero agli esami e, tanto più, nella vita professionale. Infatti, dopo una carriera di più di tre decenni come docente credo che, l'insegnate "infischiante" non possa annoverare un solo allievo in una posizione importante come strumentista. Sarà  un caso... Comunque non era una situazione isolata.

Oggi la differente posizione dell'insegnate, spesso precario, spesso ansioso per una professione dove i guanciali sono spariti, lo rende più attento, sensibile e aggiornato, più consapevole del fatto che un pianista dovrà  sicuramente affrontare anche la musica non classica, così come anche uno strumentista ad arco, a fiato, un direttore ed un compositore.

L'esperienza musicale delle orchestre e dei complessi grandi e piccoli percorre ormai abitualmente repertori misti, dove il leggero si mischia al classico e dove è necessario saper fare un basso albertino elegante ma anche un sincopato credibile. Quando negli anni ottanta qualche grande orchestra provava a mettere le mani su autori "border line" tipo Gershwin o Bernstein si sentivano cose inascoltabili. D'accordo! Anche Benny Goodman tentò di interpretare al clarinetto il Concerto K622 di Mozart. Ma la sua interpretazione era divertente, un po' sbalestrata tuttavia a Mozart sarebbe piaciuta per l'originalità.

La situazione odierna è assai migliorata ma c'è ancora qualcosa da fare. E' indispensabile che nella preparazione di un allievo di qualsiasi disciplina musicale vi sia una parte cospicua dedicata agli stili moderni, al jazz, al rock ed al pop. Moltissimi degli attuali studenti dovranno cimentarsi con questi generi, dal musical alle piccole formazioni d'intrattenimento. Non sarà  una questione di gusti ma di possibilità  professionali.
A questa nuova prospettiva gli insegnati sono chiamati a svolgere con competenza e preparazione il loro lavoro

macchinista
Sono daccordissimo in tutto....

Aggiungi un commento