L'ascolto

L'ascolto

Vorrei reimparare ad ascoltare come i bimbi: occhioni spalancati, bocca semiaperta, rapiti da ogni piccolo suono, da ogni parola, da ogni particolare. I bambini, che hanno nell’udito il loro senso più sviluppato e pronto sin dalla nascita, apprendono ascoltando, senza riserve, senza opporre pregiudizi e, soprattutto, senza l’ansia di dover ribattere, annuire, porsi il problema di dover essere più o meno in accordo con ciò che ascoltano.

Ascoltare non significa necessariamente condividere; l’ascolto sta alla base della conoscenza e solo dalla conoscenza possono essere tratti gli elementi per entrare in relazione con l’altro.
I bimbi ascoltano; gli adulti assai meno.

I bambini ascoltano la musica delle parole, dei suoni delle cose e della natura; cercano la voce di tutti degli oggetti. Per questo picchiano le cose contro le altre: ascoltano il suono che ne esce, e da quella informazione imparano a misurare la consistenza degli oggetti. Basano la gran parte della loro percezione sull’ascolto. Apprendono il linguaggio per pura imitazione musicale dei suoni. La concentrazione che pongono nell’ascolto è massima, come quando gli adulti si ritroviamo in una stanza buia ed in silenzio cercano di cogliere, per orientarsi, ogni singolo suono. I bambini non sanno ascoltare e pensare ad altro nello stesso tempo. Gli adulti riescono invece in questa curiosa abilità! In realtà quando facciamo così non ascoltiamo affatto, ed un po’ nemmeno pensiamo.

Il non ascoltare si palesa nella forma di ascolto più emblematica: ascoltare musica. Quanti adulti sanno ormai porsi all’ascolto facendosi travolgere dai suoni e dedicandosi totalmente all’emozione uditiva della musica? La maggior parte dell’ascolto avviene guidando, ballando, lavorando, passeggiando, persino studiando. La musica ci attraversa riempiendo di suoni gli “interstizi” fra i pensieri. Una colonna sonora di fondo che ci rende meno faticosa la guida o il lavoro, ma che non rende per nulla impegnato l’ascolta. In questo modo abbiamo disimparato ad ascoltare, tanto che a confronto con un uomo dell’ottocento la nostra capacità di trattenere nella memoria una melodia musicale è infinitamente ridotta. Quando non esistevano registrazioni e la musica era legata unicamente alle esecuzioni dal vivo, ci si avvicinava alla musica con maggiore concentrazione.

La grandissima quantità di informazioni e di stimoli che ci circonda continuamente ci ha portato a diminuire la capacità di concentrarci nell’ascolto, sia esso musicale, o relazionale. Anche quando parliamo con altri capita spesso che l’interlocutore diventi per noi una specie di “sottofondo” che riempie gli “interstizi” dei nostri pensieri.

Non è solo responsabilità di chi ascolta: anche chi parla non ha più la capacità di cogliere la disponibilità dell’altro ad ascoltare. Fiumi di parole scorrono nonostante pochissime di queste germoglino in veri ragionamenti.

Nel recuperare la capacità di ascoltare, e di conseguenza, la soddisfazione di essere ascoltati, risiede una delle frontiere più importanti per restituire equilibrio e serenità nella vita relazionale ad ogni livello.

Federica Peruzzo
Sono felicissima di assistere al rinnovamento di Gremus e di scoprirlo oggi tramite questo post. Concordo in pieno con quanto affermi. La maternità recente mi sta permettendo di osservare come mia figlia si pone nei confronti del suono: è attenta, molto attenta. E ha già le sue preferenze: la corda pizzicata dell'arpa l'incanta, ride quando le canticchio Scarborough Fair. Riconosce le voci. Fa riflettere, come fai tu, pensare che l'ascolto viene prima, non solo prima della parola, ma anche prima del movimento cosciente verso qualcosa. Una priorità che spesso rivendichiamo e riconosciamo a parole, ma che altrettanto spesso difficilmente poniamo in atto. Ti ringrazio per aver richiamato la mia attenzione su questo. Può sembrare un dettaglio, invece è un fondamento.

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