Dostoevshij, Prokof'ev e il giocatore: dalla parola alla musica

Anna Grigorievna Snitikina, stenografa di Fëdor Michajlovic Dostoevskij e sua futura moglie, la sera del 30 ottobre 1866 consegnò al distretto di Polizia del quartiere dove abitava l'editore Stellovskij, la copia manoscritta del romanzo Il giocatore.
Cinquant'anni dopo Sergej Prokof'ev compose il suo primo melodramma lirico: Il giocatore, su libretto dell'autore stesso, tratto dall'omonimo romanzo di Fëdor Dostoevskij.

Molti sforzi sono stati compiuti per comprendere le relazioni che intercorrono tra un'opera letteraria e la sua riutilizzazione funzionale ad un melodramma lirico e per cogliere i motivi che spingono un musicista a scegliere un particolare testo invece di altri. I risultati sono vari e interessanti, ma non tali da creare una sicura linea di corrispondenza, per cui lo studio di ogni singolo caso nella storia del melodramma lirico può risultare induttore di nuove ipotesi ed interpretazioni.
Nel nostro caso Prokof'ev scelse Il giocatore perchè qualcosa nel romanzo, e non unicamente la trama, lo attrasse particolarmente.

Ciò che più colpì Prokof'ev fu il ritmo del linguaggio, sempre incalzante, vorticoso, sincopato, tutto monologhi e dialoghi che ben si sarebbero resi in musica: in una parola lo colpì la particolare scrittura. Seguendo una vocazione giovanile che mai l'abbandonò, volle essere anche librettista della sua opera: la stesura del libretto fu compito arduo dovendola derivare da un romanzo e non da una pièce teatrale con dialoghi già impostati. Ma il romanzo ben si adattava alle esigenze musicali del compositore.
Ancor più interessante della stesura del libretto è l'analisi sul diverso modo di interpretare, nell'arte e nella vita, quello che è il tema centrale di entrambe le opere: il gioco.

Tutti i giocatori, compreso il giovane precettore cui è intitolato il romanzo di Dostoevskij, sono degli inguaribili sognatori. Ma più che l'espressione tangibile della ricchezza, sognano proprio “l'effimera felicità del precario”. Sognano di essere afferrati dal vortice del caso, del rischio, dell'inafferrabile e di farsi travolgere da questa danza infernale. Il tema del rischio e della sfida attraversa l'intera vicenda de Il giocatore. Sia nell'opera dello scrittore che in quella del musicista il vero protagonista è il caso, che mette a soqquadro ogni impalcatura logica e razionale.

Nel romanzo di Dostoevskij, lo sappiamo, vi è molta autobiografia: il racconto ha per origine la vicenda stessa dello scrittore, accanito giocatore, dissipatore di intere sostanze e divorato da una passione distruttiva per la sprezzante Polina. La psicologia del giocaotre era a lui tutt'altro che sconosciuta e ben conosceva i tormenti del suo protagonista Aleksej. In seguito persino la psichiatria si servirà del romanzo per formulare teorie sulla psicogenesi del giocatore. Più volte si è poi tentato di far coincidere la psicologia del giocatore con la psicologia dell'uomo russo.

Il giocatore è un passionale, un uomo che rischia in un attimo tutta la sua fortuna, capace di impovvisare e di buttarsi allo sbaraglio. A questa psicologia del disordine Dostoevskij contrappone la psicologia dell'uomo tedesco, iperlogica e razionale: il buon vater accumula denaro e sacrifica l'intera esistenza per costruirsi un capitale che non metterebbe mai a rischio. Tutto il romanzo è teso a contrapporre, al gusto dell'accumulo dell'etica capitalistica, propria dei paesi europei, l'irrazionale disinteresse all'utile dell'etica “comunitaria” tipica della cultura contadina russa. Per questo si afferma nel romanzo che “la roulette è un gioco principalmente russo”, motivo peraltro continuamente ricorrente nella grande letteratura russa.

Si direbbe che Dostoevskij guardi al vizio del gioco con una certa indulgenza, quasi che la psicologia del giocatore che rompe tutti gli argini del buon senso, gli fosse particolarmente simpatica. Tutt'altro che simpatica doveva essere invece a Prokof'ev. La sregolatezza tipicamente russa viene descritta dalla sua musica in tutta la sua patologica follia. Lo humor di Dostoevksij diventa satira grottesca nell'opera di Prokof'ev, con quanto di amaro la satira può contenere. Il musicista non accenna ad altri temi importanti del romanzo e, soprattutto, taglia il finale.
Nel romanzo il protagonista, respinto dall'amata Polina, soffre per amore e con l'animo in continua pena non uscirà mai più dalle spire del gioco. Il finale concepito dal Prokof'ev è molto più accusatorio. Il protagonista è a tal punto schiavo del gioco da dimenticarsi anche della delusione amorosa. L'unico e solo interesse è la ricerca spasmodica e autodistruttiva del rischio.

Nell'opera del musicista prevale la falsità sociale, il peggio di una società ricca e improduttiva. Tutta l'opera diviene un j'accuse nei confronti di un mondo putrido che, proprio all'inizio della grande guerra, stava andando dritto verso la catastrofe. Di fatto egli compose l'opera tra il 1915 e il 1917, in pieno fermento rivoluzionario. Nel maggio 1918 partirà verso l'occidente per quello che giustificò come un “viaggio di salute”. La vera motivazione era che la Russia non era più in grado di dargli ciò che lui desiderava: il successo. Non tornerà più in patria sino al 1933.

Dostoevskij dichiarò di non avere mai fatto programmi per più di sei mesi e di aver quasi sempre vissuto alla giornata, come chiunque viva del proprio lavoro. Prokof'ev pianificò la sua carriera programmando tournée in tutto il mondo (Russia compresa) e conquistandosi in ogni modo il favore degli impresari e la riconoscenza del pubblico. Ma ad un tratto avvenne ciò che ancora oggi rimane il dubbio irrisolto della vita di Prokof'ev: nel 1833, nel vivo della sua carriera musicale, egli decise di tornare in patria, definitivamente, immolandosi all'irriconoscente altare del Comunismo. Forse fu solo la nostalgia a ricondurlo a casa, o forse doveva scappare dai debiti contratti giocando a poker!

Anche Prokof'ev, come tutti i russi, fu dunque un giocatore e i debiti di gioco probabilmente influirono sulla decisione di tornare in Unione Sovietica. Tutta la successiva vita personale e artistica divenne uno scendere a compromessi con il partito e la burocrazia. Di fronte al partito Prokof'ev è ormai come il suo Aleksej di fronte alla roulette: ipnotizzato, rigido come un burattino. Ogni giro di ruota di Aleksej è un tentativo del compositore di produrre qualcosa, qualsiasi cosa che potesse piacere alle autorità. Il processo di autodistruzione è ormai avviato per entrambi.

Se il giocatore di Dostoevskij ha per fondamento la vita dello scrittore, quello di Prokof'ev ne diviene un'inevitabile profezia. Come direbbe Dostoevskij “la noia ha preso il posto della fantasia, del piacere del rischio, della voluttà e del misurarsi anche fino alle estreme conseguenze!”
Morì dopo aver ceduto ai canoni estetici del Comitato Centrale il 5 marzo 1953: per pura ed ironica coincidenza lo stesso giorno in cui morì Stalin....

Ritornando al tema del gioco vorrei fare un'ultima precisazione. Se è vero che Prokof'ev contrasse qualche debito giocando a poker, la vera passione che l'accompagnò tutta la vita furono gli scacchi. Egli scelse quindi il più meditativo e riflessivo dei giochi piuttosto che la più temibile ruota della fortuna. Se Dostoesvkij visse l'intera esistenza al di fuori di ogni schema o etichetta sociale imposta, Prokof'ev visse meditando a lungo su ogni “mossa”.

Uno stesso soggetto, dunque, per due finali diametralmente opposti: niente di più lontano dal Il giocatore di Dostoevskij che Il giocatore di Prokof'ev.

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