Diploma a dodici anni

Diploma a dodici anni

Apprendo da un lancio Ansa che un ragazzino di dodici anni dodici si è diplomato in violino al conservatorio di Roma. Voto 10 e lode con menzione: il massimo.
Sicuramente il ragazzino è un asso, anche se l'evento non è così raro.

Tuttavia mi chiedo come mai le cronache non ci raccontino mai di laureati in medicina a quindici anni, o di ingegneri a quattordici, o di architetti a dodici. Forse perché si ritiene che il saper fare ottima chirurgia, oppure il saper progettare ponti ed edifici presuppongano una preparazione che vada ben aldilà del saper dominare lo specifico atto tecnico.
Possibile che un giovani violinista di dodici anni sappia proporre al pubblico con consapevole scienza e conoscenza ciò che Beethoven ha scritto in tarda età?

Dicevo che il diplomarsi con allori e riconoscimenti in età nelle quali si dovrebbe solo pensare ad imparare non è evento raro. E' un retaggio mai perso di quella cultura protoromantica che riconosceva ai bambini musicisti prodigio una dignità professionale che invece non andava oltre il semplice fenomenale per tutte le altre discipline. Dipingere straordinariamente a dieci anni o scrivere in maniera eccelsa a tredici non è mai stata cosa da sollecitare attenzioni popolari e cronache ufficiali, se non nelle pagine dei rotocalchi. Probabilmente perché la tecnica pittorica o letteraria nulla servono se la sostanza è immatura. In musica invece appare tutto possibile. Si può essere considerati "finiti" a dodici anni, e non fa nulla se a quell'età il comprendere l'essenza di un qualsiasi brano musicale, persino degli studi, sia minato dalla umanissima mancanza di esperienza e di conoscenza.

Quanto tempo avrà potuto dedicare questo ragazzino all'ascolto, alla lettura, ai viaggi, al suonare insieme agli altri, al gioco, alle corse, allo sport a tutto ciò, insomma, che fa parte della vita di un bambino e di un adolescente?
Avrà studiato dalle sei alle otto ore al giorno. Il resto a scuola ed in conservatorio. Nient'altro.
Non mi sorprende la scelta del bambino stesso, o della famiglia: mi sconvolge l'atteggiamento dell'istituzione scolastica, del maestro, degli esaminatori. Loro oggi hanno una responsabilità enorme: sperare che questo ragazzo diventi un musicista maturo ed un uomo altrettanto completo.

Io mi sono diplomato a vent'anni. Pochi giorni prima del diploma, durante un concerto, incontrai un flautista, bravo ma privo di entusiasmo, apparentemente demotivato. Chiacchierando mi disse che gli era capitata quella che lui giudicava la più terribile sfortuna potesse sortire ad un giovane studente di conservatorio: si era diplomato a quattordici anni.
A quattordici anni, disse, non si è ancora maturi per essere dei professionisti, ma in teoria il diploma ti espelle dalla vita di conservatorio, ti mutila di un maestro che ti è un po' mentore un po' modello, ti impone di darti tu stesso una disciplina di mantenimento che nell'età dell'adolescenza è sempre un po' a rischio.

Per sei anni, dai quattordici ai venti, diceva che aveva cercato come un alchimista ragioni di nuovo studio, sperando nell'aiuto di maestri. Ne cambiò sei, uno per anno, ed ognuno, diceva, cominciava con l'elencargli tutti i difetti che secondo loro si portava dietro aggiungendone poi una buona manciata.
In orchestra non poteva lavorare perché minorenne: i suoi coetanei erano ancora ai primi anni di studio: i più grandi lo giudicavano un ragazzino pertanto scartato per attività musicali di gruppo.

Disse che aveva passato anni di inferno, meditando più volte di abbandonare tutto e rasentando difficili depressioni.
Quando lo incontrai io si era appena iscritto all'università: ingegneria. Ora, diceva, aveva ritrovato il contatto con la sua età anagrafica. Ora si sentiva al passo.
Lo persi di vista ed ora non so se faccia il flautista o l'ingegnere. Ma di queste storie ne potrei raccontare almeno altre quattro.

La cosa curiosa è che oggi, da qualche anno, dovrebbe essere in vigore una legge di riforma che parifica la formazione musicale a quella universitaria. Per quella legge si potrebbe accedere ai corsi superiori solo dopo un diploma di maturità. Tantevvero che il diploma che questo ragazzo ha appena ottenuto non è comunque parificato, a termini di legge, a quello ottenuto con i corsi riformati. Il ragazzo dovrà ancora effettuare un biennio di specializzazione che, in teoria, non potrà affrontare prima di aver ottenuto una maturità!
Un diploma monco insomma, ma ottenuto col cronometro in mano dei maestri.
Ripeto: il ragazzino probabilmente è un asso, e può darsi che di lui si senta parlare negli anni a venire.
Ma la parte difficile, per lui, viene ora. Ora che il conservatorio se ne è sbarazzato!

Uno dei tanti paradossi dell'istruzione italiana.

La penso allo stesso modo. Pensiamo a Mozart che è stato una piacevolissima eccezione. Ma pensiamo a Leopold che lo usava come pagliaccio, pensiamo a Leopold che lo criticava per le sue note e fino all'ultimo pensava al figlio come ad un burattino. Non lo amava o lo amava troppo. Per fortuna Mozart è stato Mozart, ma come non provare pietà per la storia della sua vita (probabilmente mai è stato veramente felice). Mozart ha avuto la fortuna, nel suo genio, di pensare in musica e di vivere nella musica stessa. Ma come dicevo all'inizio son casi rarissimi se non unici. E soprattutto essere bravi non conta, bisogna aver costanza e credere in quel che si fa e avere delle buone idee (e un po' di fortuna) . Per tutta la vita, possibilmente, nel caso del musicista. Cose che non si imparano da un maestro, bisogna averle dentro.
gremus
Tutto vero ciò che dici! Leopold Mozart (il padre per chi non lo sapesse) fu croce e delizia di Wolfgang. E ancora cerco di capire se fu più delizia o croce. Costrinse il figlio a "tour de force" inenarrabili che lo hanno minato nel fisico e nella psiche. Lasciò sul campo la moglie e molta parte della credibilità che un po' più di moderazione avrebbe invece protetto. Il motivo per cui gli Asburgo e mezza Vienna non vollero aprire la porta a Mozart figlio quando questi cercava fortuna a Vienna era perché ne avevano le "palle" stracolme dei sistemi viscidi del padre. Peraltro Mozart dovette al padre l'esperienza europea che nessun musicista del tempo ebbe modo di farsi alla stessa maniera. Croce e delizia insomma. Però che vitaccia!
Alla fine la domanda che mi pongo è questa: Mozart era già così alla nascita o lo diventò grazie al padre? E' una domanda che mi faccio in quanto il mio bimbo di un anno e mezzo spesso si ferma nella mia cameretta e comincia a battere le mani sui tasti del piano, del piano elettrico e dell'organo Hammond (dell Hammond ama i drawbards a dire la verità). Lo lascio fare (è questa la mia direzione per ora ) o gli impongo dei piccoli esercizi (tipo la scala di do fatta con un dito) ??? Questo è il vero dilemma......
gremus
Bella domanda la tua e prima o poi ci dedicherò un post. Ti rispondo da padre e da musicista insieme. Mio figlio ha otto anni e anche lui, figlio di musicisti, già a pochi mesi si divertiva a picchiare sui tasti del piano o a soffiare nei flautini. Ti dirò pure che secondo me non c'è bambino al mondo che davanti ad un piano non venga rapito dal fascino dei suoni. Io però non ho mai voluto forzare alcuna disciplina di studio. Quando aveva sei anni rimase affascinato da un collega violinista. Gli comprai un "quartino" e gli trovai un maestro. Nel giro di tre mesi ho capito che era un fuoco di paglia e, senza problemi, ho sospeso tutto. L'anno dopo si infatuò per la batteria. Cominciò con un tamburo e ci stava ore. Gli ho comprato una batteria elettronica. Gli ho trovato un maestro. Ora sono due anni che studia ogni giorno e con passione. E va pure bene. Se un giorno perderà interesse non mi scomporrò; se vorrà studiare tre ore al giorno nemmeno. Se dovesse trascurare la scuola, il gioco qualche passatempo per dedicarsi solo alla musica gli farò prima un bel discorsetto...

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