La musica del Censis 2006

La musica del Censis 2006

Il rapporto annuale del Censis (Rapporto annuale sulla situazione sociale del paese) somiglia sempre più al rapporto del dottore, o almeno di quei vecchi dottori a quali ci si rivolgeva per sapere come si stava. In realtà li si consultava solo per avere conferme giacché la maggior parte delle volte già si sapeva di cosa si era sofferenti. E il più delle volte la risposta del medico era: "il suo problema è tutto nel suo modo di vedere le cose, è un problema di testa, di pensiero: il resto del suo stato fisico è ok."

Il Censis quest'anno ci ha detto proprio questo. In Italia è in corso una specie di "boom economico", piccolino si intende, ma la nostra testa si è ormai abituata all'idea che siamo in crisi, che la maggior parte di noi non arriva alla quarta settimana, che tutto è allo sfacelo e non rimane che il pessimismo.

Non voglio entrare nel merito analitico di questa particolare e bizzarra situazione, anche se la tentazione di dare ai centrodestrorsi ciò che è dei centrodestrorsi e alle cassandre ciò che è delle cassandre (le stesse che ci impongono una manovra finanziaria da austerity) è forte.

Tuttavia vorrei riflettere su alcuni dati, coerenti con gli interessi prevalenti di Gremus, e in un certo senso sorprendenti.
Questo post è dedicato alla musica. Tra gli interessi culturali degli italiani la musica viene al terzo posto, dopo l'informazione e l'apprendimento. Il 46,5% dichiara di attribuire la massima (ripeto massima) importanza alla musica fra gli interessi culturali. Fra i giovani l'interesse è attestato al 68,8%, fra gli adulti al 41,5% e fra gli anziani al 35,7%. Più è elevato il grado di istruzione più cresce l'interesse per la musica.

Sono numeri importanti che trovano coincidenza con il boom dell'Mp3, della musica ascoltata e scaricata (legalmente e illegalmente) da internet e con il successo di alcuni canali televisivi in chiaro e cripatati dedicati alla musica.

Ebbene, che fare di questi dati? La prima risposta che se ne trae deve essere di ottimismo fra tutti gli operatori della musica. Non è la musica che è in crisi ma spesso è antiquato il modo di intraprendere nella musica. Il discorso vale per tutti gli operatori, siano essi esecutori, siano essi compositori o discografici od organizzatori.
Chi si occupa di musica "leggera" ha già da molto tempo rivisto i propri metodi imprenditoriali (come già detto in questo post ogni musicista od operatore è imprenditore, come minimo di se stesso).
Chi invece opera nella musica classica è spesso ancorato a metodi vecchi e inadatti ad incontrare il pubblico dei nostri giorni. E' errato il modo di organizzare la propria professione, di portare la musica al pubblico e di guadagnare attraverso di essa. Tutti temi dei prossimi post.

La seconda risposta è invece di allarme per come la musica viene sistematicamente sottovalutata da chi investe danari e risorse nella cultura. L'allarme suona perché, di questo passo, accadrà che investitori esteri faranno ciò che i capitalisti italiani non fanno a causa della grave miopia di cui sono affetti: investire nella musica, nelle strutture, negli eventi, negli enti musicali e nelle stagioni concertistiche. Questo consentirebbe anche di finirla con quel ridicolo ed inutile strumento chiamato Fus (fondo unico per lo spettacolo), usato per lo più per pagare gli stipendi degli amministrativi di enti e teatrini. Il mercato della musica e dello spettacolo in genere c'è, è fiorente e bisogna saperlo intercettare e sfruttare!

Infine una terza risposta è dedicata alla scuola ed al mondo dell'educazione. Se la musica interessa il 68% dei giovani non la si può relegare al 2% dell'interesse scolastico. E' una contraddizione se non una "opposizione" ad un veicolo, quello musicale, che potrebbe fare molto dal punto di vista della socializzazione e della educazione culturale ed estetica. Senza nulla togliere al latino, al greco, alla filosofia, alla storia dell'arte alle decine di competenze insegnate nei corsi di comunicazione, varrebbe pure la pena investire qualche oretta per raccontare quale sia oggi e quale sia stata la portata comunicativa ed educativa della musica nella storia, sin dagli antichi greci. Si potrebbe raccontare perché un uomo di 40.000 anni fa, prima ancora di razionalizzare un minimo di linguaggio, si sia costruito una specie di flauto d'osso; raccontare perché tutti i filosofi greci abbiano posto la musica nelle posizioni centrali delle loro speculazioni; raccontare perché il canto cristiano sia stato fondamentale nell'intera cultura medievale; raccontare perché le opere di Verdi siano riuscite a fare più degli scritti mazziniani per la causa dell'unità d'Italia; raccontare quali pesi sociali abbiano avuto il Jazz ed il rock, raccontare, infine perché il 68,6% dei giovani di oggi si interessa di musica.

Insomma, il dottor Censis ci ha detto che la musica sta benissimo e che i musicisti italiani dovrebbero prenderne atto. Se non lo fanno loro ci penseranno gli stranieri.
Tanto per cambiare!

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