Due gradini prima della perfezione

Due gradini prima della perfezione

Chi era Rigoletto per il pubblico del 1851?

Chi è Rigoletto per noi nel ventunesimo secolo?

Un eroe? Uno sbalestrato incauto e possessivo? E non solo chi è Rigoletto ma anche chi sono Sparafucile e la sorella Maddalena?

E poi c’è quel Conte, Monterone, che pur restando in scena pochissimo condiziona come nessun’altro il clima psicologico dell’intera opera!



Rigoletto è la prima opera ufficiale del rinnovato Verdi. Pur non essendo ancora esperto nell’uso della musica come strutturante psicologico del personaggio, Verdi si impossessa del dramma di Victor Hugo, lo fa suo e ne esprime un’interpretazione a tutto tondo.



Si consideri il famoso duetto fra Rigoletto e Sparafucile (Rigoletto. Atto I, scena settima. RIGOLETTO: “Quel vecchio maledivami!”).

Quanti duetti si sono già ripetuti nella storia dell’opera italiana prima di questo? Mille? Diecimila? Moltissimi!

Eppure per la prima volta sembra di comprendere il nesso drammatico di un duetto. Un duetto è un momento in cui due persone hanno qualche cosa da dirsi, e si parlano, si confrontano, si studiano.

Lo fanno sul serio.

E la musica? Incredibile come la musica accompagni questo dialogo! Sembra che scaturisca direttamente dai gangli nervosi degli interlocutori.



Rigoletto è torto dai dubbi, è spaventato da questo inaspettato ma fatale incontro. Sparafucile gli sta dicendo: “hai un problema? Te lo risolvo io! Due colpi e il tuo problema scompare.”

Il problema Rigoletto ce l’ha. Ne ha molti in verità, ma uno in particolare: è un uomo solo, disperatamente solo, che ha nella giovane figlia Gilda l’unica ragione di vita. Il resto del mondo lo disprezza e lo deride. Non gli servirebbe un solo Sparafucile ma gliene servirebbero almeno dieci.

Rigoletto il giullare di corte, che schernisce, deride, umilia chiunque per conto del Duca. Anche se stesso.

Perché quando ridicolizza Monterone, un padre solo e disperato che viene a rivendicare l’onore della propria figlia offesa dal Duca, in realtà ridicolizza se stesso.

E quando Monterone lo maledice è come se Rigoletto se la tirasse in testa da solo quella maledizione. Una maledizione potentissima ed implacabile.



Rigoletto è solo, attorniato da nemici, sovrastato da una maledizione e con un unica molecola di speranza: la figlia Gilda. Ed è nel culmine angoscioso che Rigoletto incontra Sparafucile...



***


La prima perfezione verdiana, così come la chiama Massimo Mila (musicologo), si costruisce lungo i tre capolavori della trilogia popolare, Rigoletto, Il Trovatore e La Traviata, raggiungendo l’apice con La Traviata.

Non che Rigoletto e Il Trovatore siano inferiori a La Traviata, tuttavia rappresentano gli ultimi due gradini di una lunga ascesa che Verdi ha intrapreso sin dai tempi di Nabucco.

Gli ultimi due gradini prima della vetta.

E’ la sommità di un processo volto all’elaborazione di tutti gli elementi dell’opera lirica italiana con l’obiettivo di portarli ad uno stadio evoluto: in primis matura la struttura del libretto, che ora Verdi domina, assillando talvolta i librettisti Cammarano e Piave. Ma è un assillo a ragion veduta.

Verdi impone il controllo sul testo, lo deve plasmare per renderlo più duttile alla musica. Come sono cambiati i tempi da quando il poema era precotto e fornito al compositore tal quale.



Poi ovviamente lavora accanitamente sulla musica che diventa più uniforme con il dramma e la scena.



Infine la scena, il dramma scenico: Verdi si impossessa del colore, del rosso tenebroso, del blu! Inventa il concetto di “tinta” di un dramma. Ed è in questo tratto che si coglie la caratteristica del romanticismo italico, differente da quello tedesco.

Mentre in quest’ultimo la forza evocativa era attribuita alla potenza della natura, alla possenza ed alla misteriosa magia che, ad esempio, la foresta può effondere, nell’espressività mediterranea sono il colore, l’ardore focoso degli elementi naturali, il cupo spessore di una notte senza luna a sospingere il fluire emozionale.

E la prima opera di Verdi concretamente tinteggiata è Il Trovatore, con le sue vampe vermiglie, i suoi colori foschi e romantici.



Verdi romantico? Si, romantico, perché nel frattempo si era messo a viaggiare, era stato diversi mesi a Parigi e a Londra e lì aveva sentito nell’aria e nei teatri le brezze e le sonorità del romanticismo europeo.

Pur senza una evidenza esplicita con Il Trovatore e La Traviata Verdi comincia il suo percorso romantico, la via che lo porterà inevitabilmente a confrontarsi col mondo tedesco, con Richard Wagner.


Il Trovatore è un’opera contraddittoria. E’ riuscita, da quando fu scritta nel 1853, a spaccare esattamente in due il pubblico verdiano: chi giudica quest’opera la vetta assoluta dell’arte verdiana; chi invece la relega all’estremità finale della convenzione operistica italiana.

Il Trovatore, in effetti, è molto più vicina al Verdi prima maniera rispetto a Rigoletto e La Traviata; ma soltanto se si tiene in conto unicamente della musica.

Riecco ancora l’antica questione di vedere l’opera a compartimenti stagni! Solo la musica o solo la vicenda o solo la scena.



Il Trovatore è un melodramma, forse il primo vero dramma musicale in senso romantico, con la natura, la notte buia, un pizzico di esoterismo evocato dalla zingara Azucena, vera protagonista dell’opera; le tinte scenico drammatiche sono le grandi singolarità di quest’opera.

La musica arranca un po’ rispetto a quel procedere verso il suo arruolamento fra i portatori di descrizioni psico-drammatiche: nel Trovatore c’é un certo rallentamento.



Un esempio si può scorgere nella cabaletta (anche se non sapete cosa sia una cabaletta il termine stesso evoca bene il carattere) di Leonora,(Il Trovatore. Atto I, scena seconda. LEONORA: “Di tale amor che dirsi”) la bella fanciulla contesa fra il Trovatore Manrico e il Conte di Luna.

Leonora ama Manrico ma la dama di compagnia Ines l’esorta a dimenticarlo perché giudica quell’amore pericoloso.

E Leonora risponde con una cabaletta che ci riporta anni indietro rispetto all’evoluzione del vettore dramma-musica



Ma solo pochi minuti più in la’, nel secondo atto, c’è una pagina che pone Il Trovatore a buon diritto tra gli ultimi due gradini precedenti la perfezione di Traviata.

Musica e dramma unite in una unica concezione: il teatro.



Parliamo di uno dei capolavori più alti di tutta la produzione verdiana. Dello struggente racconto della zingara Azucena. Azucena è a sua volta figlia di una zingara messa al rogo dal fratello del Conte di Luna perché sospettata di aver stregato il figlioletto del Conte. Prima di morire la vecchia zingara ordinò alla figlia Azucena di vendicarla. La stessa Azucena racconta l’antefatto al trovatore Manrico.(Il Trovatore. Parte seconda, Scena prima. AZUCENA: “Condotta ell’era in ceppi..”)

E’ un racconto da “pelle d’oca”, da brivido, da emozione integrale.



Il teatro! Il teatro verdiano! Eccolo in tutta la sua potenza drammatica. Da qui si comincia a distinguere il Verdi ormai maturo che, tuttavia, continuerà a protendersi sempre più in alto fino alla teatralità totale di Don Carlo o di Aida o di Otello.