Geografia Italica risorgimentale

Geografia Italica risorgimentale

L’Italia del 1842, anno nel quale vi fu la prima rappresentazione di Nabucco era un’Italia complicata e arrovellata su posizioni contraddittorie.

Il problema non si limitava alla frammentazione geografica e politica, che comunque c’era. Vi erano anche elementi di profondo contrasto tra la popolazione, discontinua sia dal punto di vista culturale, che sociale, finanche linguistico.

Incredibilmente il freno all'unità nazionale non risiedeva nelle pretese di dominio straniero ma veniva posto direttamente dalla popolazione, che poi da quella unità doveva trarne beneficio.



Oltre la divisione segnata sulla carta geografica ce ne era un’altra, ben più complessa, e che sfuggiva a qualunque mappatura: la microdivisione territoriale e culturale trasversale alla macrodivisione dei poteri regnanti.



Gli italiani per secoli e secoli si erano scontrati l’un l’altro per ragioni meramente locali e campanilistiche. Paradossalmente l’intervento del potere regnante straniero, autoritario, portatore della legge, era l’unico tampone a queste continue faide nascenti nel microterritorio.



Sin dalle epoche medievali le invasioni di francesi, spagnoli, tedeschi, arabi o napoleonici venivano accolte come auspicate risoluzioni alle diatribe che minavano la pace sociale di intere aree di popolazione. Detto in parole povere, nell’indole italiana si era ormai radicata l’idea che solo l’autorità straniera potesse mantenere le redini di un popolo disordinato e litigioso.



Il sentimento unitario, liberal-nazionale era diffuso presso il mondo culturale ma smilzo presso la massa popolare.

Ciò che mancavano, fra la popolazione italiana del periodo storico che va sotto il nome di Risorgimento, erano elementi accomunanti, elementi che potessero rappresentare motivi comuni ai quali riferirsi come simboli di unitarietà etnica o culturale.



Persino la lingua non era la stessa in tutta Italia. Al nord si parlavano idiomi francesizzati (per la maggior parte) o germanizzati. Al centro, e soprattutto in Toscana, si parlava una lingua che si poteva considerare la più contigua all’attuale italiano. Al sud si parlavano innumerevoli dialetti, alcuni dei quali completamente incomprensibili ad un piemontese o ad un lombardo.



Il mondo culturale cercò in diversi modi di porre rimedio a questa situazione. Gli scrittori e gli umanisti diedero il loro contributo ma raccolsero benefici solo a lungo termine. La letteratura godeva di una diffusione minima: inoltre fra il riverbero umanistico e la popolazione si frapponeva il baratro dell’analfabetismo che nella prima metà dell’ottocento rasentava in Italia la percentuale dell’ottanta per cento.



Vi era solo una forma d’espressione culturale ed artistica che possedeva le caratteristiche per imporsi come segno di cultura italiana, unitaria e simbolica. Una forma artistica nella quale le parole erano abbastanza importanti ma non le uniche a trasmettere i messaggi espressivi; una forma costituita da più espressioni artistiche, unite a formare costrutti ad alto potenziale comunicativo.



Questa forma artistica era l’opera lirica, l’opera italiana, anzi, a dirla proprio tutta, l’opera verdiana.