La giovinezza

La giovinezza

A questo punto sorge una curiosità. Il padre di Verdi che tipo era? E' possibile che dalla sua figura che Verdi abbia tratto spunti per dare all’amore paterno un peso così vasto nella sua drammaturgia?



Le cose non stanno così, o meglio: il rapporto di Verdi con la sua famiglia è stato un rapporto notevole per la sua insignificanza. Nel senso che, o la riservatezza verdiana non ci ha fatto trapelare gran che del suo rapporto con madre e padre oppure, com’è più probabile, il rapporto non c’era se non in senso poco più che formale.


Vale però la pena dare un veloce sguardo alla giovinezza di Verdi. Oltre tutto è comunque il periodo più significativo per la formazione sia dell’uomo, e questo accade alla maggior parte dei viventi, ma anche dell’artista.


Ci sono artisti che si evolvono per tutto il corso della loro esistenza, cambiando idee e posizioni, contraddicendosi talvolta. Verdi invece ci appare (ma forse è solo un’impressione) come una quercia, già possente a vent’anni e dotata di una forza tale da trascorrere il resto della propria esistenza a studiare nuovi fogliami, nuove tinte di colore della corteccia, nuovi impatti cromatici nel paesaggio ma senza modificare la propria forma, le proprie incurvature, l’altezza e l’ampiezza.


Verdi si forma nelle esperienze vissute tra Roncole di Busseto, oggi Roncole Verdi, Busseto e poi Milano. Le origini sono modestissime. Il padre Carlo Verdi e la madre Luigia Uttini erano due bottegai. Mescita di vino, liquori e vendita di altri generi di primissima necessità.

Infanzia tranquilla poi, all’età di 10 anni, Verdi viene messo a pensione a Busseto per studiare musica con un maestro.



Busseto dovette apparire al piccolo Giuseppe allo stesso modo che a un milanese potrebbe apparire New York. Era una cittadina frizzante, con una vivacità culturale e musicale da fare invidia anche a Parma, capoluogo del Ducato di Parma.

Immaginatevi un paese dove all’osteria, invece che discutere del goal di un calciatore, si discutesse sull’acuto di un cantante o sulla nuova marcia della banda cittadina. Immaginatevi discussioni dove ci si poteva anche accapigliare per difendere un maestro piuttosto che un altro.



C’era un’istituzione chiamata “Società Filarmonica", una specie di circolo musicale che organizzava concerti, possedeva un complesso bandistico vanto di tutta Busseto e soprattutto tesseva le fila dell’attività culturale del paese.

Il presidente di questa società era Antonio Barezzi. Registrate questo nome perché se tracce di vera figura paterna sono da ricercare nella vita verdiana, ebbene queste tracce hanno nome e cognome: Antonio Barezzi.

E’ lui che convinse i genitori del giovane Verdi a metterlo a pensione a Busseto. E’ lui che per primo si accorse del talento verdiano. Sarà lui che investirà, anche materialmente, tramite esborso considerevole di quattrini, sugli studi del giovane. Ne diventerà persino il suocero: la prima moglie del compositore fu Margherita Barezzi.



E i genitori che parere avevano sulla passione musicale del figlio?

Il padre era un po’ scocciato perché gli venivano a mancare due braccia in bottega. Ed è probabile che il rapporto contraddittorio col padre, che si deteriorerà ulteriormente quando Verdi sarà ricco ed autonomo, affondi le proprie radici in questa contrarietà originaria. La madre era più accondiscendente, ma, nell’ottocento, i pantaloni in casa li portava solo l’uomo…



Per fortuna ci fu Barezzi, che con la sua autorevole figura di fornitore - era un grossista, ricco ed istruito, protagonista nella vita sociale di Busseto - riuscì a convincere i due genitori semianalfabeti.



A Busseto Verdi ci rimase per quasi dieci anni, frequentando la scuola gesuitica e le lezioni del maestro Ferdinando Provesi. In più cominciò a comporre per la Filarmonica: marce, sinfonie, cantate sacre e profane e tante altre piccole composizioni.



Poi Barezzi ebbe un’idea. Spedire Verdi a Milano per studiare in Conservatorio e avvicinarsi così alla Scala.

“Pago tutto io”, disse Barezzi e così fece. Solo che all’esame d’ammissione in Conservatorio le cose non andarono bene.



Su questa vicenda circolano decine di luoghi comuni. Tuttora, quando si vuole consolare un giovane che viene bistrattato da qualche istituzione gli si dice: “stai tranquillo! Anche Verdi non fu ammesso in Conservatorio, e poi diventò Giuseppe Verdi”.

Ma in questo caso gli esaminatori del Conservatorio fecero la cosa giusta. Verdi partiva con molti elementi a suo sfavore.

L’età: lui aveva 19 anni, il limite massimo era 15. Una eccezione ci poteva anche stare ma bisognava che il talento risultasse altrettanto eccezionale. Il talento c’era ma era impossibile mostrarlo in un esame di mezz’ora: era dentro di lui, in potenza, non ancora evidente.

L’esame venne tenuto al pianoforte e Verdi non era, come non lo fu mai del resto, un pianista virtuoso. Usava il pianoforte per comporre o leggere a prima vista ma non possedeva una autentica tecnica pianistica.

E poi era un terribile “provinciale”! La sua cultura di ventenne era interessante, ma monotematica. Il teatro, un po’ di lettere, la musica, stop. Non era un giovane simpatico, estroverso, culturalmente vivace. Era un serioso artigiano, asciutto nella parlata e con una diffidenza naturale che non lo abbandonò per tutta la vita.

Insomma: la sua non ammissione al Conservatorio fu sostanzialmente ineluttabile.



A questo punto restavano due possibilità: o tornarsene a Busseto e fare il maestro di musica di provincia, dirigendo magari la Filarmonica oppure rimanere a Milano, a qualunque costo. La decisione fu presto presa: si trattava di trovare un maestro privato, trovare un alloggio, il tutto per immergersi nell’effervescenza della Milano musicale. Chiaramente tutto ciò costava, ma c’era Barezzi.



Pensate quanto il mondo musicale, oltre che Verdi stesso, debba a quest’uomo, autentico esempio di scopritore di talenti e di mecenate. Soltanto ad un certo punto poteva avere qualche interesse personale: Verdi sarebbe diventato suo genero.

La verità è che Barezzi credette fortemente nel genio verdiano sin dal primo momento, quando ancora il piccolo Giuseppe aveva dieci anni. Fu un personaggio unico e formidabile e per il quale gli elogi non saranno mai abbastanza.



Verdi rimase a Milano due anni, con l’entusiasmo alle stelle, preso tra gli studi e le serate alla Scala. Il suo maestro fu Giuseppe Lavigna, il quale era anche maestro al cembalo dell’orchestra della Scala. Grazie a Lavigna Verdi ebbe il suo posto in loggione dopo soltanto un mese dal suo arrivo a Milano. Ogni sera poteva ascoltare un’opera nuova. Poi cominciò a frequentare l’alta società. Insomma tutto si disponeva per il meglio.



Sarebbero molte le cose da raccontare di questo periodo. Ma il resoconto delle vicende di vita è oggetto delle molte biografie già in circolazione. Un breve elenco delle tappe compiute da Verdi durante gli studi milanesi è più che sufficiente al caso nostro.


• Studio e perfezionamento in contrappunto con Lavigna

• Studio dei grandi compositori del passato con particolare attenzione ad Haydn, Mozart e Beethoven

• Abbonamento alla Scala presso il teatro quale assistette a tutte le rappresentazioni delle nuove opere

• Frequentazione del Teatro filodrammatico e del Circolo de’ Nobili dove fece anche le prime esperienze come maestro accompagnatore e direttore.

• Due anni dopo ritorno a Busseto per accettare il posto di direttore della Società Filarmonica.

Matrimonio con Margherita Barezzi, la figlia di Antonio Barezzi

Residenza a Busseto, e sembra quasi che la cittadina parmigiana si sia ripreso il giovane Verdi.

Verdi non resiste e torna a Milano.