Nabucodonosor

Nabucodonosor

p>Nabucco è un’opera forte, un’opera nuova, un’opera possente. Non sono le solite figure a vivere le vicende principali. Non sono protagoniste le trite e ritrite questioni d’amore, di famiglia, di lotte fra condottieri di fronte al popolo che assiste inerme alle loro decisioni. In Nabucco sono le masse che assurgono a ruolo primario. I popoli diventano protagonisti.



E’ con Nabucco che nasce il filone risorgimentale italiano. Weber, in Germania, nel suo Franco cacciatore, adottò un nuovo elemento: la foresta: la mitica e familiare, per i tedeschi, foresta germanica. Lì si posiziona normalmente la nascita del naturalismo musicale tedesco.

Gli italiani della foresta non sapevano nulla. Loro avevano e hanno il mare, le montagne, il sole e le zanzare.

Nel 1842 avevano anche un altro problema: l’Italia, come si diceva in Europa, era poco più che una espressione geografica. In pratica il popolo italiano era ancora diviso fra poteri stranieri.

Gli italiani non si entusiasmavano a sentir risuonare la foresta in orchestra ma vibravano a sentir cantare i popoli. Si emozionavano (almeno quelli che andavano all’opera) al sentire agognare la patria. E il Nabucco narra la storia di un popolo oppresso e schiavizzato da un potere straniero.



L’opera si apre con il popolo ebreo che piange. Sono stati sconfitti dagli assiri comandati da Nabucodonosor. (Nabucco. Parte I, scena prima. TUTTI: “Gli arredi festivi”)



Quando tutto sembra perduto il gran pontefice ebreo Zaccaria tira fuori l’asso dalla manica. Ha fatto prigioniera Fenena figlia di Nabucodonosor, Re assiro. Padri e figli ancora protagonisti. Ora Zaccaria può infondere fiducia al proprio popolo ebraico. Ma gli assiri stanno ormai giungendo per prendere possesso delle terre. Zaccaria affida la prigioniera Fenena ad Ismaele.



Guarda le combinazioni! Fenena ed Ismaele già si conoscono, anzi si amano. Non solo! Ismaele fu tempo addietro imprigionato in terra assira e Fenena l’ebbe aiutato a liberarsi dalla prigionia. E ora Ismaele doveva perlomeno contraccambiare. C’è anche l’assira Abigaille, altra presunta figlia di Nabucodonosor, anche lei innamorata di Ismaele.



Questo triangolo lui lei, l’altro o l’altra non è un pilastro del microcosmo verdiano. E’ un pilastro di tutta la drammaturgia operistica sin dalla sua nascita. E’ la miccia di gran parte delle vicende operistiche. Anzi, si deve a Verdi il merito di aver ridotto il peso di questo archetipo.

Anche qui, in Nabucco, l’intreccio a tre lati c’è, ma in realtà è posto in secondo piano. In primo piano rimane la sofferenza del popolo ebraico. Ce lo dice la musica che continuamente ci propone brani corali, cantati dal popolo tutto.



Quando, per portare un esempio, arriva Nabucodonosor lo veniamo a sapere non da un messaggero ma dal popolo che terrorizzato descrive la furia giungente. (Nabucco. Parte I, scena sesta. DONNE: “Lo vedeste?...”)



Nabucodonosor minaccia gli ebrei, e Zaccaria fa brillare la lama di un coltello davanti a Fenena. Ismaele difende Fenena e la libera. E per gli ebrei la cosa si mette molto male. Ad Ismaele, il popolo, ancora una volta il popolo, non gliele manda mica a dire. Dopo averlo circondato lo maledicono apertamente (Nabucco. Parte II, scena quarta. LEVITI: “Maledetto dal Signor!”).



A questo punto inizia un passaggio cruciale per comprendere l’opera e non solo. Appare per la prima volta un altro pilastro portante del microcosmo verdiano: appare la maledizione.

Non vi sto ad elencare tutte le opere dove la maledizione compare, così come ho fatto per l’amor di padre. Vi dico soltanto che c’è nel repertorio verdiano un’opera fondata totalmente su di una maledizione, dall’inizio al termine. L’opera doveva intitolarsi “La Maledizione di Saint-Vallier” o più brevemente “La maledizione”. Ma la censura non autorizzò il titolo, il quale venne cambiato in Rigoletto.



Torniamo a Nabucco.

Le maledizioni possono essere di tanti tipi. Il popolo ha appena maledetto Ismaele per essere stato un traditore. Ci sono però maledizioni ancor più terribili: quelle che vengono dal cielo. E chi se la va a cercare in questa occasione è il Re Nabucodonosor. Quando viene a scoprire che la figlia Fenena, alla quale aveva lasciato momentaneamente la reggenza mentre lui era lontano, liberati gli ebrei si era convertita alla loro religione, perde la testa e dice di essere lui stesso Dio. E Dio inevitabilmente gli scaglia una maledizione a foggia di saetta che lo fa diventar matto. (Nabucco. Parte II, scena ottava. NABUCODONOSOR: “Dal capo mio la prendi!”)


A proposito di saette, un aneddoto vuole far originare il pilastro della maledizione da una vicenda del Verdi bambino. Si dice che durante una messa, dove il piccolo partecipava come chierichetto, il prevosto, spazientito perché il ragazzo non gli portava l’acqua, gli abbia dato una calcio facendolo cadere dai gradini. Si dice che il ragazzo abbia mormorato fra i denti in bussetano: “Dio ‘tmanda na sajetta”. Il caso volle che il prevosto, otto anni dopo, morisse folgorato da un fulmine davanti la canonica. Gli aneddoti sono aneddoti, si sa. Ma le maledizioni per Verdi furono comunque un forte mezzo di tensione drammatica.


Verdi nel finale della seconda parte di Nabucco rinunciò alla solita chiusura in crescendo, nella confusione generale. Anche in questa scelta si può scorgere la nuova impostazione orientata verso il dramma, che Verdi adottò nelle sue opere.

Si rivive invece la pazzia di Nabucodonosor, la sorpresa del popolo ebraico, mista tuttavia a disperazione perché serpeggia il sentore che il peggio debba ancora venire, e il peggio si chiama Abigaille.

Tutto però è descritto come se gli intimi pensieri superassero in potenza le reazioni più evidenti. L’ansia fa capolino, e l’ansia è un tratto eminentemente psicologico.



Questa è una delle grandi novità del teatro verdiano. Donizetti o Bellini avrebbero risolto questo finale con la tipica esteriorizzazione della sorpresa globale, in un crescendo vorticoso. Verdi invece sembra dare spazio anche ai silenzi, ai pensieri, al bisbiglio popolare, alla “eco roboante della saetta divina”.

E si arriva così al famosissimo Va’ pensiero.(Nabucco. Parte III, scena IV. EBREI: “Va pensiero..”)



Ricordate quando all’inizio si disse che Verdi è uno di quei personaggi di cui si crede di sapere tutto ma sul quale invece circolano ingombranti luoghi comuni, spesso errati? Questo vale anche per alcune delle sue composizioni.

Il coro “Va pensiero”, ad esempio, è uno dei brani più equivocati in assoluto. Vediamo perché.



A questo punto della vicenda cosa è accaduto? E’ accaduto che gli ebrei, assaliti e sconfitti dagli assiri, sono stati soggiogati dal capo assiro, Nabucodonosor, il quale però ora ha un problema. E’ impazzito a causa di un fulmine divino.

Tuttavia gli assiri non mollano la presa sugli ebrei.

Anzi, siccome Fenena, la figlia buona di Nabucco, si è convertita all’ebraismo ed è passata dalla parte degli oppressi, il potere va ad Abigaille, la quale è terribilmente più feroce di Nabucodonosor. Infatti, prima ordina perentoriamente la messa a morte di tutto il popolo ebraico, Fenena compresa, e poi imprigiona Nabucodonosor.

La situazione per gli Ebrei è realmente disperata. L’ottimismo e la speranza che Zaccaria aveva cercato di infondere a tutto il popolo cedono alla rassegnazione più totale.



E’ a questo preciso punto che nasce dal popolo ebraico uno stanco e tristissimo canto di rassegnazione e di nostalgia per una patria ormai perduta. Non c’è una parola di speranza in questo canto. Neanche una preghiera se non per aiutare a dare un senso al proprio patire.



Il testo è inequivocabile:


Va, pensiero, sull’ali dorate

Va, pensiero sulle ali dorate

va, ti posa sui clivi, sui colli

va, posati sui clivi, sui colli

ove olezzano tepide e molli

dove profumano tiepide e molli

l’aure dolci del suolo natal!

le brezze dolci del suolo natale.

Del Giordano le rive saluta

Del Giordano le rive saluta

di Sionne le torri atterrate....

di Sionne le torri abbattute

Oh, mia patria si bella e perduta!

Oh, mia patria così bella e perduta!

Oh, membranza sì cara e fatal!

Oh, ricordo così caro e fatale!

Arpa d’or dei fatidici vati

Arpa d’oro delle profetiche predizioni

perché muta dal salice pendi?

perché pendi muta dal salice?

Le memorie del petto riaccendi

Riaccendi le memorie dei nostri cuori,

ci favella del tempo che fu!

raccontaci dei tempi che furono.

O simile di Solima ai fati

Simile al destino di Solima

traggi un suono di crudo lamento,

emani un suono di crudo lamento,

o t’ispiri il Signore un concento

o t’ispiri il Signore un’armonia

che ne infonda al patire virtù!

che dia virtù al soffrire.




Ora si intende che razza di equivoco si viene a creare quando si pretende che questo canto sia una bandiera nazionale o addirittura un canto patriottico?

E’ un canto di totale rassegnazione!



Purtroppo, benché si viva nel ventunesimo secolo, si compiono gli stessi errori che compiva il pubblico dell’opera ‘primo ottocento’.

Si ascolta la melodia; piace; si pensa che abbia un certo carattere; si ignora che Verdi fosse ancora alla ricerca di un più stretto legame fra musica e dramma - per quanto la musica di “Va pensiero” sia piuttosto coerente con la drammaturgia - ; non se ne conosce il testo; si decide perciò che un canto assolutamente rinunziatario possa essere usato come inno nazionale! E la storia si ripete!


Ciò che Dio toglie, Dio comunque restituisce se posto di fronte ad un sincero pentimento. Pentirsi è ciò che Nabucodonosor decide di fare quando si rende conto di aver compromesso non solo la propria figura e il proprio senno ma persino l'amata figlia Fenena (Nabucco. Parte IV, scena prima. NABUCODONOSOR: “Son pur queste mie membra!...”).



L’amor di padre, ancora una volta, determina l’evoluzione di una vicenda. La visione di Fenena prossima all’essere messa a morte scuote Nabucodonosor e gli offre una sorta di cosmica chiaroveggenza: gli fa vedere ciò che prima per stoltezza non riusciva a scorgere. Dio ascolta la preghiera e muove affinché Nabucodonosor sia liberato. Il finale è in parte scontato ma degno di essere scoperto attraverso l’ascolto dell’opera.



***


Voglio segnalare una ennesima combinazione che determinò fortemente la fama che Verdi di lì a poco si sarebbe fatta.

Ricordate perché Verdi decise di musicare Nabucco? Perché L’impresario della Scala Bartolomeo Merelli gli mise in tasca il libretto già approntato. Non fu Verdi a selezionare il libretto ma Merelli. La vicenda di Nabucco fu perciò imposta a Verdi, benché lui ne abbia dato subito un giudizio più che lusinghiero.

Non è dovuta a Verdi la scelta di un libretto che avrebbe poi infiammato gli italiani per i suoi contenuti patriottici. Certamente la musica che Verdi seppe imporre a questo libretto è una musica che sa evocare sentimenti patriottici. Ma il ruolo di compositore del Risorgimento italiano arrivò sul capo di Verdi senza che questi se lo fosse cercato.

Il successo ma soprattutto la fama che questo ruolo gli conferì fu perciò, ancora una volta, frutto di combinazioni, oltre che della capacità di sfruttare a pieno tali coincidenze.



Si può dire perciò che Verdi sia stato un patriota di prima linea, attivista per la causa risorgimentale italiana?