Storia della musica in post: 16 - Tropi e sequenze

Tra il rigoroso canto gregoriano e la nascita della polifonia, c'è ancora un tassello da trattare, un tassello che ha una certa importanza per inquadrare la sequenza evolutiva della musica.
Per la chiesa romana l'aver ottenuto unitarietà nella liturgia tra le diverse chiese dell'impero, prima romano, ora carolingio, comportava però il dover fare i conti con abitudini che nella chiesa gallicana o in quella mozarabica si erano affermate da tempo. Il rito romano era molto rigido nel rispetto della tradizione antica, che in buona sostanza significava avere tolleranza minima verso le variazioni o le libertà esecutive dei cantori. Altrove invece il prendersi più ampie libertà nel "giocare" con le melodie era assai più tollerato. Come conciliare posizioni così distanti?

In motivo per cui la chiesa romana si opponeva alle libertà musicali era comprensibile e coerente con il ruolo attribuito alla musica nell'esercizio del culto; una musica sacra non doveva lasciarsi corrompere dal puro e semplice piacere musicale. E sappiamo che la chiesa con tutto ciò che è puro piacere ha sempre avuto una relazione inconciliabile.
Tuttavia era altrettanto plausibile l'idea che nelle espressioni di giubilo, come nell'alleluia ad esempio, una carica emotiva che espandendosi si esprimesse attraverso una maggiore libertà melodica, poteva non essere obbligatoriamente irrispettosa o addirittura profana.

Tanto che a ben guardare, di questi "sforamenti" rispetto il severo repertorio codificato, ce ne furono sempre, sin dai tempi della prima chiesa ambrosiana. Si trattava di variazioni, di piccoli "ghirigori" melodici (detti "melismi"), che poi finivano per l'essere tollerati perché musicalmente non erano poi così malvagi, e nemmeno irrispettosi.

Però, col tempo, il desiderio di variare si trasformò in voglia di inventare, di cambiare, di riscrivere nuove melodie, soprattutto nel momento in cui si affinava la tecnica di scrittura musicale.
Queste nuove melodie presero il nome di "tropi", ed in breve tempo diventarono la passione di tutti i musici carolingi. I tropi erano inizialmente "aggiunte" melodiche a brani del repertorio liturgico. Non più variazioni ma veri e propri inserti aggiuntivi.

Col tempo le inserzioni coinvolsero anche i testi e non solo le melodie. Questa fu davvero una evoluzione non da poco, perché mentre era tollerabile per la chiesa romana una aggiunta musicale, lo era assai meno una aggiunta testuale inedita, slegata dalle sacre scritture e frutto della fantasia di musici e poeti.

In breve tempo quasi tutte le parti della messa e persino quelle dell'Officio finirono con l'essere contaminate da grandi quantità di tropi. Per l'alleluia ne vennero scritti una tal quantità da meritarsi un termine di catalogazione autonomo: i tropi alleluiatici vennero definiti "sequenze" .

I più fecondi centri da cui si diffusero tropi e sequenze furono il monastero di San Gallo, ad opera del famoso monaco Notker Balbulus, e quello di San Vittore a Parigi. Tutto ciò avvenne a cavallo tra il primo ed il secondo millennio.

Alla chiesa non rimase che subire questa grande rivoluzione musicale, per poi rifarsi in parte nel famoso concilio di Trento (1545) quando decise (ma era ovviamente troppo tardi) che di tutto l'immenso repertorio di tropi e sequenze, solo una manciata di queste potesse essere accolta nel repertorio liturgico.

In realtà, contemporaneamente al fiorire di tropi e sequenze prendeva vita quella che sarebbe stata la prima grande vera rivoluzione musicale: quella che portava la musica da un livello monodico a quello polifonico.

Di questa rivoluzione racconterò nel prossimo articolo.

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