Storia della musica in post: 7 - Il far musica nell'antica Grecia

Facile descrivere la musica della Grecia antica in termini filosofici. Ancora più facile riempire pagine con schemi teorici e rivelazioni tecniche su come si immagina dovesse modellarsi la musica di quel periodo. Difficile invece è scrollarsi di dosso gli abiti del pensatore e del teorico per raccontare come dovesse essere l'autentico rapporto fra i greci ed il far musica. Chi suonava, chi ascoltava, chi organizzava, chi faceva il musicista e chi l'ascoltatore? Tante domande e poche possibilità di risposta.

Volendo tentare delle ipotesi la prima cosa da ricordare è che ancora una volta le analisi vanno condotte non dimenticando l'ampiezza dell'arco temporale di riferimento. Una cosa è sondare il ruolo della musica nel periodo pre-omerico (dal XII al VII secolo a.c.), un'altra cosa è riferirsi all'età arcaica (dal VII al V secolo a.c.) un'altra ancora è analizzare il periodo classico, quello dei filosofi per intenderci (V – IV secolo a.c.).

Agli inizi la musica occupava pressoché gli stessi spazi che aveva nelle più antiche civiltà medio-orientali, per cui il far musica era piuttosto legato al culto religioso, ai riti e ad una certa espressione popolare d'occasione. A differenza di quanto sappiamo sul ruolo sociale dei musici egizi o babilonesi, di quelli greci non sappiamo quasi nulla. C'è da pensare che con ogni probabilità fossero assai meno considerati dei sacerdoti-musicisti più antichi.

Ma attorno al passaggio di millennio le cose cambiano: muta soprattutto il rapporto che la musica aveva con la poesia. Le due diventano indissolubili, praticamente un'unica espressione; prova ne è che dal quel periodo si è cominciato a definire la poesia con il termine Lirica, termine che deriva dallo strumento musicale Lyra prediletta compagna del poeta lirico.

E' l'inizio dei tempi eroici, delle leggende, della visione nettamente più profana delle cose del mondo. Lo spirito laico ed illuminista che troverà completa espressione nel pensiero sofista del periodo classico, pone le sue radici nei tempi omerici e nelle epiche a lui attribuite. La musica diviene complementare alla declamazione eroica e certamente, se potessimo cogliere solo un barlume di come suonasse quella musica, forse anche l'interpretazione un po' romantica che dell'epica omerica ne è stata fatta dagli studiosi ottocenteschi e novecenteschi, subirebbe qualche contraccolpo.

Col tempo, ed avvicinandosi progressivamente all'età arcaica, il ruolo del musicista/poeta si fa meglio definito. Un po' cantastorie, un po' cantore di corte (aedo), comincia a configurarsi come professionista al soldo dell'aristocrazia. Il rapporto fra musicisti ed aristocrazia sarà, nonostante visioni romantiche più o meno furbette, sempre assai solido. Dirò di più, e comincio a dirlo adesso: i musicisti avranno sempre più affinità con le aristocrazie diversamente definite e configurate, dagli antichi greci fino ai giorni nostri. Il motivo? Perché i ricchi hanno "la grana" e più tempo per farsi una cultura. Più semplice di così! Ma avremo modo di tornare spesso sull'argomento.

Attorno al VII secolo a.c. giungono a maturazione diverse cose che porteranno la musica ed i musicisti a nuovi ruoli. Nasce il teatro, che per la congiunzione poesia-musica avrà nella musica uno dei suoi capisaldi. E poi prende vita la tragedia, mito romantico della perfezione poetica, del teatro lirico dalle origini a Wagner. Nella tragedia la musica è protagonista insieme al dramma e all'azione scenica. Wor-ton-drama, l'avrebbe definita Wagner questa unione; semplicemente mousiké era per la concezione greca del periodo preclassico, e poi classico.

Paradossalmente è proprio nella tragedia che la musica cominciò a ritagliarsi piccoli spazi di protagonismo assoluto, andando ad infastidire i conservatori e i difensori della rigorosa tradizione poetico-musicale.

E tra i più severi conservatori vi furono i pensatori del periodo classico, quello delle democrazie subentrate alle tirannidi, quello dei sofisti, di Socrate e poi di Platone.
Mentre nelle arti e nella musica-poesia si apprezzano continue tendenze progressiste, i filosofi assumono atteggiamenti reazionari arrivando, come fece Platone, a mostrare atteggiamenti ambigui se non avversi alla musica, e soprattutto al far musica. Il musicista, impegnato in teatro come a corte o per le strade, diventa professionista malvisto dall'intellighenzia, che da una parte pagava e dall'altra svalorizzava.

Ma non deve sorprendere e nemmeno deve essere considerato un atteggiamento mirato al fatto musicale. Era nella bifrontalità delle democrazie della Grecia classica che va rintracciata l'origine dell'apparente contraddizione. Le arti, il teatro, la tragedia, la musica raccontavano di un mondo ideale, moderno, a tratti progressista. Il concetto di democrazia visto dagli artisti era più simile a quello che intendiamo noi oggi. La democrazia ateniese del V secolo era invece una vera e propria oligarchia aristocratica, dove la borghesia aveva un ruolo di figurante e tutto il governare era fatto "in nome del popolo ma secondo lo spirito della nobiltà" (Hauser).

I pensatori erano dalla parte dell'aristocrazia per le ragioni già dette prima. E probabilmente anche gli artisti lo erano ma per un fenomeno che osserveremo nella storia migliaia di volte, l'arte era più sincera dell'artista che la forgiava. La musica poi, mista alla poesia, godeva di un potere sfuggente ai nobili e pertanto invisa ad una certa politica e filosofia reazionaria.

Ma il pubblico, quel primo modello di spettatore di teatro, di tragedia o di momento musicale, sebbene fosse scelto, invitato e partecipe, cominciò a determinare l'evoluzione stessa delle arti.

La musica si sarebbe evoluta, ed in forma evoluta sarebbe sopravvissuta alla straordinaria civiltà della Grecia antica. Tutto il bacino mediterraneo, Italia compresa, avrebbero sfruttato questa preziosa eredità.

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