Un ballo in maschera

Un ballo in maschera

C’è un Conte, Riccardo, che è un buon Conte, un bravo Conte, amato dai più e a capo di una bella e serena contea.

Chi ci dice che è tutto così tranquillo? La musica!

Quando Riccardo incontra i cortigiani il clima che aleggia è di felicità, di tranquillità, di serenità.

Ci sono ovviamente anche i cospiratori avversi, l’opposizione, tuttavia non sembra, al di là delle parole, che abbiano l’intenzione di architettare una qualche rivolta imminente. (Un Ballo in maschera. Atto I, Introduzione)



Ciò che scatena il dramma è il fatto che il Conte è innamorato di Amelia: un amore impossibile, benchè ricambiato. Impossibile perchè Amelia è la moglie del suo miglior amico.

Il Conte Riccardo, conscio del pasticcio sentimentale nel quale è caduto, vive la situazione con enorme tormento ponendosi ai nostri occhi come vittima di una passione ingovernabile.



Ed è curioso constatare un aspetto contraddittorio - uno dei tanti - dell’evoluzione romantica.

Come già detto in precedenza la caratterizzazione psicologica dei personaggi, sviluppatasi lungo tutto il primo ottocento, sposta i soggetti da una zona di totale dipendenza dal fato ad un’area dove diventano padroni delle proprie vite, dominatori dei destini, non più passivi ma attivi nei confronti delle circostanze.



Unico sentimento che appare in leggera controtendenza è l’amore, quell’amore che le statiche figurine settecentesche pareva dominassero con sicurezza e che invece i forti caratteri romantici padroneggiano a fatica.

Per questi ultimi sono i filtri d’amore, gli incontri fugaci, i destini incrociati che governano le sorti dell’amore. Nel Tristano e Isotta di Richard Wagner è un filtro magico che accende la passione; ne Un ballo in maschera il filtro magico si ripropone ma con una funzione opposta: quella di guarire il cuore malato, perché innamorato, della dolce Amelia (che, come detto, ricambia l'amore di Riccardo).



Ed è all’ombra della ricerca della magica pozione che si sviluppa il “duetto dell’amore impossibile”. (Un Ballo in maschera. Atto II, scena seconda. RICCARDO: “Teco io sto.”)



Alcuni studiosi ravvedono in questo secondo atto delle affinità col Tristano wagneriano. Ed in effetti delle coincidenze esistono: la collocazione di un duetto di passione nel secondo atto, la presenza più o meno simbolica del filtro d’amore, la situazione notturna, una certa carica emozionale.

Ma è proprio in quest’ultima componente, la carica emozionale, che il confronto trova difficoltà a comporsi. Il dramma emotivo verdiano è sensibilmente diverso da quello wagneriano.

Tra il Duca ed Amelia Verdi fa persiste l’italianissima vocazione del tramutare qualunque passione in entusiasmo baldanzoso, in saltellante soddisfazione.

Al culmine dell’emozione, quando Riccardo riesce a strappare ad Amelia l’anelato “ebben sì, t’amo....”, il gioioso amante non sa resistere alla gioia e si tuffa in una cabaletta (Un Ballo in maschera. Atto II, scena II. RICCARDO. “Oh, qual soave brivido”), una bella ma inutile cabaletta, che sicuramente non da’ nulla all’articolazione emozionale del momento, semmai sposta la carica dall’area passionale a quella pimpante dell’innamoramento fra ragazzini.

E non vale nemmeno la scusante del testo il quale addirittura reclamerebbe, almeno nelle parole di Amelia, una soluzione alternativa.



Vi sono decine di giustificazioni drammatiche a questa cabaletta, alcune anche interessanti, tuttavia risulta a molti come un fantasma degli “anni di galera”, uno di quei fantasmi che ancora Verdi non è riuscito a scrollarsi totalmente di dosso.

Ma per l’argomento che stiamo trattando è interessantissima poiché attraverso di essa ci è possibile misurare lo sforzo che Verdi sta compiendo per uscire dagli stereotipi. Ogni tanto cede, ma l’anima è ormai orientata.