Verdi e la modernita' 

Verdi e la modernita' 

L’Europa del 1870 è attraversata da correnti di guerra, da crisi sociali ed economiche e da venti culturali di amplissima portata.

Se fino a quegli anni il dominio culturale europeo era centrato prevalentemente a Parigi, la sconfitta della Francia da parte dei duri prussiani ribaltò non pochi valori in campo.

Persino Verdi che, come abbiamo visto, si interessava alle faccende politiche in maniera sentita ma non attiva, dopo la caduta della amata Parigi cominciò ad agitarsi.



I cattivi erano i tedeschi, i germanici, capeggiati dal famoso Otto von Bismarck. La loro filosofia di vita, il loro modo di intendere l’arte e soprattutto la musica, cozzava fragorosamente con la mentalità di Verdi e dei molti verdiani in Italia e in Francia.

I tedeschi riponevano nell’arte e nella musica il cuore della loro tradizione.

La musica tedesca però! Non il teatro musicale italiano.



L’opera lirica italiana, con la sua leggerezza musicale, la sua immediatezza era quanto di più lontano dalla visione teutonica dell’arte.

L’opera tedesca, il cui più importante rappresentante fu senz’altro Richard Wagner, si poneva come obiettivo assoluto una perfetta unione fra musica e dramma.



In poche parole ciò che Verdi cercò lungo una vita intera Wagner lo adottò dalla sua primissima opera.

In più, proprio per le decine di anni trascorse a crogiolarsi nel bel canto fine a se stesso, in Italia - meno in Francia - la musica strumentale era perlopiù spenta, priva del minimo interesse.

Invece l’essenza sinfonica della musica, anche nell’opera, era una condizione fondamentale del dramma tedesco.



I problemi comunque non si posero fino a che lo strapotere prussiano, dopo la sconfitta della Francia del 1870, non fece filtrare in tutta Europa la musica germanica.

Ci sarebbe arrivata comunque, ovviamente, non foss’altro che per l’intraprendenza degli editori concorrenti a Ricordi che cercavano nuovi compositori da far circolare in Italia.



Fatto sta che l’arrivo di Wagner e dei grandi romantici tedeschi nel "bel paese" creò parecchi sconvolgimenti.

La tranquilla e conservatrice Italia, tutta dedita alla sua opera di bel canto e ritmiche sonorità, si agitò all’arrivo del romanticismo d’oltralpe il quale arrivò, tardissimo ma arrivò.



I giovani si infiammarono. Finalmente una musica nuova, un’arte nuova.

Addirittura andò formandosi un movimento detto “Scapigliatura” che diventò il simbolo della rivolta all’antico, alla solita minestra.



I wagneriani cominciarono a deridere i verdiani. “Basta con le solite storie di amori e gelosie, di vendette e amicizie contorte! Basta con le solite sonorità, i soliti accompagnamenti, la solita musica insomma”!



Fu un movimento vivo, quello della Scapigliatura, che professava una modernità nel complesso auspicabile e stimolante, ma che poneva il vecchio Verdi come nemico, e in questo sbagliando.



I motivi dell’errore gli abbiamo già detti e stradetti. Verdi è figlio di una Italia musicale che era quello che era.

Senza di lui la Scapigliatura avrebbe probabilmente avuto il vuoto contro cui lottare perché serie erano le possibilità che l’Italia diventasse una provincia musicale della “grandeur” francese.

E poi Verdi si era evoluto. Verdi aveva già destabilizzato il calcareo stato dell’opera italiana.

Ma come spesso accade i facinorosi diventano miopi.