Verdi patriota?

Verdi patriota?

Cominciamo dalla seconda domanda, alla quale in parte si è già risposto.

Verdi è patriota attivista nella misura in cui rientra nei suoi interessi esserlo.



In quel momento scrivere opere patriottiche significava anche ottenere successi fragorosi ed internazionali. Per cui a Verdi andava benissimo. Non è plausibile sostenere che Verdi avrebbe scritto melodrammi patriottici se non fosse coinciso con le sue più urgenti impellenze: il successo, i soldi, l’indipendenza.



C’è un fatto che in questo contesto risulta significativo.

Era d’uso dedicare le proprie opere a qualche persona particolarmente cara al compositore o perlomeno meritevole di un atto così onorifico.

In molti avrebbero meritato le dediche poste innanzi alle prime opere di successo verdiane, Nabucco e I Lombardi: Antonio Barezzi ad esempio, oppure i suoi maestri, Provesi a Busseto o Lavigna a Milano, oppure la moglie defunta, o i genitori.



A chi dedicò invece queste due opere risorgimentali e patriottiche? La prima fu dedicata alla Serenissima Arciduchessa Adelaide d’Austria. Ma possiamo riconoscere che al momento della dedica Verdi non aveva ancora misurato il potere evocativo della sua creazione.

La seconda, I Lombardi, fu dedicata alla Duchessa di Parma Maria Luigia ex moglie di Napoleone.

E qui Verdi sapeva di battere un colpo al cerchio ed uno alla botte.



C’è un altro elemento illuminante che, fra l’altro, ci torna utile per introdurre anche un nuovo oggetto di studi e riferimenti importante: l’epistolario, le lettere.



In una lettera del 1848, cinque anni dopo la composizione de I Lombardi, Verdi si rivolse ad uno di quelli che divennero i suoi più stretti collaboratori ed amici: Francesco Maria Piave, librettista veneto.

Il 4 marzo 1848 era stato emanato il famoso Statuto Albertino che sarà legge fondamentale dello Stato Italiano fino al 1948. Il 23 marzo Carlo Alberto, spinto dai patrioti milanesi, dichiara guerra all’Austria: è la prima guerra d’indipendenza. L’8 aprile i bersaglieri sconfiggono a Goito gli austriaci.

Verdi, che risiedeva a Parigi da qualche mese, tornò in Italia apparentemente per partecipare in qualche modo ai moti rivoluzionari, in realtà per acquistar casa a Busseto.

Busseto era nel Ducato di Parma, fuori perciò dal conflitto lombardo-piemontese/austriaco.

Tornò a Milano di passaggio e il 21 aprile scrisse questa lettera a Piave il quale invece si era fatto soldato.

Una piccola annotazione: Piave era di tre anni più vecchio di Verdi.




A Francesco Maria Piave



Milano 21 aprile 1848



Caro amico,

Figurati s’io voleva restare a Parigi sentendo una rivoluzione a Milano. Sono di là partito immediatamente sentita la notizia, ma io non ho potuto vedere che queste stupende barricate. Onore a questi prodi! Onore a tutta l’Italia che in questo momento è veramente grande!

(...)

Tu mi parli di musical! Cosa ti passa in corpo? Tu credi che io voglia ora occuparmi di note, di suoni?... Non c’è ne deve essere che una musica grata alle orecchie delli Italiani del 1848. La musica del cannone! Io non scriverei una nota per tutto l’oro del mondo: ne avrei un rimorso immenso consumare della carta da musica, che è sì buona da far cartucce.

(...)

Tu sei guardia nazionale? Mi piace che tu non sia che soldato semplice. Che bel soldato! Povero Piave! Come dormi? Come mangi?... Io pure, se avessi potuto arruolarmi, non vorrei essere che soldato, ma ora non posso essere che tribuno ed un miserabile tribuno perché non sono eloquente che a sbalzi. Bisogna che torni in Francia per impegni e per affari. Immaginati che oltre la seccatura di dover scriver due opere, io ho là diversi denari da esigere, e tanti altri in biglietti di Banca da realizzare.

(...)

Giuseppe




Questa bifrontalità dell’atteggiamento verdiano è piuttosto frequente e la si può rilevare in molte vicende della sua vita.

Non era una bifrontalità fine a se stessa ma asservita allo scopo di permettergli di raggiungere gli obiettivi preposti.

Le contraddizioni, le incongruenze, gli atteggiamenti quasi al limite dello “snobismo”, rientrano nel progetto che Verdi attuò con grande precisione e che, poco alla volta, l'avrebbe condotto alle mete poste chiaramente innanzi alla propria missione artistica.



A questo punto rispondiamo all’interrogativo sul patriottismo del personaggio Giuseppe Verdi con una ulteriore domanda: avremmo preferito descrivere un Verdi coerente e sincero ma schiavo di un qualche potere sia esso progressista o conservatore, e portatore di un’arte schiava anch’essa, oppure preferiamo il Verdi quale esso è stato, autore del grande patrimonio eclettico e libero che conosciamo?



Più opinabile appare invece un effetto della chiara ambizione al successo del Verdi di questo periodo: il fatto che siano qui e la’ diffuse, nella produzione collocata fra Nabucco e Rigoletto, degli squarci di qualità inferiore rispetto al potenziale già manifestato.

Tuttavia possiamo dire che alcune pagine, apparentemente deboli e un po’ troppo “commerciali”, sono giustificabili dalla scelta di ottenere prima il successo e l’appagamento economico e poi, una volta raggiunto, impegnarsi nell’esprimere qualche cosa di nuovo ed originale.



Va anche ribadito che una scelta opposta, privilegiante l’immediata ricerca della novità, si sarebbe trovata innanzi la barriera conservatrice del gusto popolare, la stessa barriera che aveva dissuaso poco prima Bellini o Donizetti o Rossini.



Non ho dimenticato l’altra domanda posta e cioè se l’opera di Verdi possa essere considerata catalizzatrice rispetto ai moti risorgimentali. La risposta è netta: fu enormemente catalizzatrice.

Fu la forma di espressione artistica, di comunicazione e di propaganda più popolare e di alta diffusione del periodo risorgimentale.



Se gli scritti mazziniani avessero avuto una frazione della diffusione che ebbero Nabucco, I Lombardi alla prima Crociata, La battaglia di Legnano e le altre opere del primo periodo verdiano, forse, e sottolineo forse, i monarchici avrebbero avuto qualche grattacapo in più al momento di organizzare il governo della nuova Italia unita.