I sogni di Ingmar Bergman

I sogni di Ingmar Bergman

Il cinema è la più potente e caratteristica arte del novecento. Attraverso la macchina da presa si sono specchiati alcuni dei più straordinari pensatori ed interpreti del "secolo breve". Ingmar Bergman, morto all'età di 89 anni è considerato uno dei protagonisti più autorevoli di quel mondo di espressione e rappresentazione che è il cinema. Un artista che ha molto sognato nella sua ineguagliabile parabola di vita, rubando alla realtà i mattoncini che gli servivano per costruire il suo mondo onirico, ripagando però con la rappresentazione pubblica dei suoi intensissimi sogni.

Anche io sono un sognatore, privato però della maestria dei grandi artisti. Scrivo su un blog, insegno la mia musica e racconto i miei sogni. Anch'io rubo alla realtà dei mattoncini e fra questi ve ne è uno sulla quale ho costruito molto del mio immaginario estetico del film perfetto. Quel mattoncino si chiama "Fanny e Alexander", uno degli ultimi film di Bergman.
Un film che ho amato, studiato, interiorizzato e, praticamente, fatto mio.

Il racconto del vivere osservato attraverso gli occhi di due bambini, ma non solo. E' anche la splendida descrizione di due mondi. L'uno caldo, vivo, un po' teatrale e un po' goliardico; un mondo dove la distinzione fra sonno e veglia (sogno e realtà) è impercettibile, dove si dorme in poltrona per non perdersi un attimo di vita. E' il mondo della famiglia d'origine, allargata ma unitissima, dei piccoli Fanny e Alexander, descritta come una grande compagnia teatrale dove nonna, zii, amici e conoscenti salgono e scendono dal palcoscenico, registi ed attori ad un tempo, con un unico copione: vivere una realtà che sia anche sogno.

L'altro mondo è quello che gira attorno al pastore, subentrato al fianco della madre dei piccoli dopo la morte del marito. Un pastore che Bergman ha voluto descrivere prendendo spunto dai ricordi paterni (un pastore luterano austero), severo e votato a soffrire la cruda realtà che meticolosamente costruisce attorno a se. I bimbi, catapultati da un palcoscenico di velluti e peti affettuosi ad una fredda dimora di croci e cassapanche, si rifugiano nel sogno, interrotto soltanto dalle sferzate rigide del bastone della pastorale realtà.

Qui mi fermo, a beneficio di chi vorrà avvicinarsi a questo meraviglioso affresco.

Personalmente io sono grato ad Ingmar Bergman per avermi fatto il dono dei suoi sogni. Ciò che fa un uomo un artista è la disposizione a donare i suoi sogni; oppure anche i suoi semplici pensieri, se il sogno è troppo oppresso dalla realtà.

Da Bergman ho imparato ad avere una fede superiore a tutte le altre: la fede nei sogni!

In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia: giro negli appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Uppsala, e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l'enorme betulla a due tronchi, mi sposto con la velocità a secondi, e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà.
(dall'autobiografia di Ingmar Bergam "La lanterna magica")

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