CinAfrica e anime belle

CinAfrica e anime belle

Definire "neocolonialismo" l'espansione cinese in gran parte dell'Africa è corretto a metà, perché se è pur vero che la Cina sta progressivamente occupando larga parte dell'economia africana, è altrettanto vero che l'indipendenza del continente africano è stata effimera. L'Africa è ancora schiava delle economie occidentali ed orientali, degli Usa, della Russia, della Cina dell'India ed in piccola parte dell'Europa. E' un colonialismo mutato, non nuovo.

Questo articolo su Avvenire racconta una realtà vera ma, oltre che concludere in maniera un po' curiosa, sorvola sulle ragioni che hanno condotto l'Africa a vedere rientrare dalla finestra quel colonialismo che credeva di aver chiuso fuori la porta.
Un continente non è costituito solo da terre, materie prime e opportunità, come troppo spesso pare dalle analisi geopolitiche. Un continente vivo è formato da persone che, in linea di principio, dovrebbero campare sulle risorse messe a disposizione dalla propria terra, dalla propria cultura e dalle proprie conoscenze.

A tutt'oggi l'Africa rimane una terra dove la vita umana vale pochissimo, dove si vive mediamente una generazione meno rispetto l'occidente, dove quasi la metà della popolazione sopravvive con un dollaro al giorno, ed un terzo è senza acqua potabile, dove l'Aids ha assunto dimensioni apocalittiche e dove l'industria della carità ha fatto grandi utili da reinvestire in Jepponi ed elegantissimi abiti coloniali. Inoltre l'africano medio deve ancora superare l'umiliazione di essere stato considerato per più di cinquecento anni una merce di scambio, un oggetto da trattare sui mercati degli schiavi.

Tutto ciò in un quadro che sta proiettando l'Africa a diventare il nuovo pozzo energetico mondiale, e forse proprio da qui bisogna partire quando si analizza il quadro geopolitico del continente nero.
Nero di petrolio, si intende, sebbene le riserve di gas, di cassiterite e di altri minerali preziosi per l'industria mondiale, non siano da meno.

La Cina è assai interessata alle fonti energetiche africane, ed è pure avvantaggiata perché è in grado di offrire agli africani non carità e compassione, non morali del tipo "insegniamoli a lavorare le loro terre così non verranno da noi", ma qualcosa che ad un popolo che vive con un dollaro al giorno è molto più utile: la Cina vende agli africani prodotti lavorati a prezzi molto convenienti; cineserie le chiamiamo noi (e le compriamo pure noi): oggetti per sopravvivere li considerano loro. Vestiti, penne, quaderni, libri, pentole, scarpe, orologi, tecnologie e quant'altro. Prodotti a bassissimo prezzo in cambio di petrolio.

Ma non solo manufatti e oggettini. Anche super tecnologie, infrastrutture e opere pubbliche. La Cina costruisce ferrovie in Angola, ponti in Ruanda, autostrade in Etiopia, e stipula accordi simili con il Senegal, con lo Zimbabwe e con il Sudan.

Il rapporto che la Cina intrattiene con il Sudan, terra infiammata dalle atrocità del Darfur, è interessante per comprendere quali dinamiche si muovano sotto un apparente colonialismo da cineserie.

La Cina, si sa, pone una condizione ineluttabile a chiunque desideri diventare suo partner commerciale. Ognuno mette ciò che vuole vendere o comprare sul tavolo ma di ciò che gira attorno a quel tavolo, o fuori dall'edificio dove si contratta, nessuno se ne deve occupare.
La Cina lede molti diritti umani? La Cina inquina? La Cina sostiene regimi ambigui?
Fatti loro. Ci si siede ai loro tavoli chiudendo un occhio e spesso pure l'altro. C'è riuscita pure l'onorevole Bonino.

La Cina non ha dietro un'opinione pubblica che si agita ad ogni passo internazionale. L'opinione pubblica vale meno di una tazza di riso.
Anche quando le compagnie cinesi si ritrovano in situazioni di gravi sospensioni degli elementari diritti umani fanno finta di non vedere. Anzi, se possono, ci intingono il pane.
Così, mentre le compagnie occidentali abbandonavano i quadranti sudanesi coinvolti nella tragedia del Darfur, i cinesi prendevano il loro posto costruendoci pozzi di petrolio e oleodotti. Al governo di Khartum le attenzioni cinesi hanno fatto solo comodo. Si sono ritrovati come alleati uno dei paesi che all'Onu gode del famigerato "diritto di veto", grazie al quale l'Onu praticamente non serve a nulla.

Quando l'Onu ha emesso le sue belle risoluzioni per costringere il governo di Khartum a riprendere in mano la situazione in Darfur, i cinesi prima si sono opposti, e poi hanno appoggiato l'atteggiamento praticamente indifferente di Khartum. Semplice vero?
Ecco quale particolare moneta frutta in Africa, solo che, chissà per quale strano motivo, di anticinesi non se ne vedono. Sono solo gli americani i soliti cattivi.

Sia bene chiaro: il colonialismo in Africa non è di tinte esclusivamente cinesi: ci sono in ballo anche gli Usa, la Russia e l'India. In pratica c'è fuori solo l'Europa, il popolo delle anime belle, che vogliono la pace ma tollerano una Onu inutile, ma che, soprattutto, pretendono di andare a far affari uno stato alla volta, perché l'Europa unita è ferma sull'importante tema della laicità della costituzione.

Per concludere voglio tornare all'articolo di Avvenire, comunque vero, come detto, ma con un finale che mi ha catapultato a 35 anni fa, quando nelle lezioni di geografia alla scuola elementare si diceva che i paesi che dispongono di materie prime, vivono vendendole a paesi, come l'Italia, che le materie prime non le hanno, ma che posseggono le tecnologie per trasformarle. Così si diceva.

E allora cosa ci sarebbe di scandaloso se l'Africa dovesse importare i manufatti costruiti grazie alle materia prime esportate?

A meno che quelle materia prime vengano trafugate e non pagate.
Allora la faccenda cambia!

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