La crisi dell'esperienza: giovani e anziani

Quando la famiglia era una cosa seria, l'esperienza era il filo rosso che legava anziani a giovani, nonni a nipoti. L'esperienza era "vita vissuta" ed "equilibrio" insieme, memoria e saggezza l'una funzione dell'altra, terreno fertile nel quale innestare i nuovi semi.
In una società gerontocratica e gerontocentrica come quella attuale (in Italia soprattutto), il valore e la disponibilità di esperienze dovrebbero costituire una forza per la società stessa, forza capace di proporre soluzioni, mediare posizioni, finanche configurarsi come baluardo contro le crisi di disorientamento politico e culturale.

Invece l'esperienza vive uno dei suoi più oscuri momenti di crisi: ad esempio, l'istituzione principe dell'esperienza, il Senato della Repubblica, è diventato il cuore della crisi istituzionale del nostro paese; gli anziani eletti si sono fatti schiavi e schiavisti di un sistema che li ha resi trascurabili; alcuni dei più anziani fra loro hanno lasciato sul campo persino la loro dignità.
Che cosa è successo all'esperienza? Perché oggi ha perso il suo valore?

L'esperienza, si sa, non è un dato oggettivo, ponderabile, scevro da contaminazioni. L'esperienza è assolutamente soggettiva, nel senso che ciascuno di noi sviluppa una cifra di esperienza conseguente alla vita che compie ed ha compiuto.

Quante volte i giovani hanno deciso di superare le esperienze dei propri vecchi, scegliendo soluzioni inedite, avventurandosi in terreni sconosciuti e contestando, talvolta, le critiche provenienti dall'esperienza. Tuttavia, anche l'esperienza antagonista, anche quel modello giudicato vetusto rappresentava un riferimento stabile, dal quale partire o da cui distaccarsi tenendolo a distanza.

Altrove l'esperienza era eredità da coltivare, preservare, evolvere e tramandare. In questi casi l'esperienza era un valore su cui investire, un bene prezioso che, fosse arte oppure semplicemente stile di vita, diveniva tradizione, successione di tono e visione dell'esistenza.

In ambedue i casi l'esperienza diventava autorevole se caratterizzata da due fattori fondamentali: il riconoscere come interlocutrici le giovani generazioni e il non dover più nuotare nelle stesse acque dove nuotano le nuove leve.

Riconoscere nei giovani il proprio interlocutore significava, per l'esperienza, costruire valore attorno a sé stessa rendendosi terreno di crescita ed evoluzione. Riconoscere non significa approvare o sottoscrivere. Da sempre gli anziani hanno, ad un certo punto della loro vita, perso contatto con il mondo dei figli e dei nipoti. Le ragioni sono antropologiche e psicologiche. Il perdere contatto portava a critiche, a gelosie e talvolta ad invidie per la perduta giovinezza. Ma tutti questi sentimenti presupponevano il riconoscimento del giovane, la percezione che le nuove generazioni c'erano e occupavano gradualmente i posti che loro stessi avevano occupato fino a pochi anni prima.

Le acque di vita in cui nuotavano i giovani erano condivise con gli anziani per brevi tratti coincidenti con i momenti dell'apprendimento, del passaggio della conoscenza, del sapere. Tra quelle acque passava esperienza pratica, artigianale, ma anche competizione e concorrenza. La saggezza, la visione mediata e moderata, il frutto disincantato del distacco dalle dinamiche controverse ed eccessive tipiche della convulsa vita produttiva, ancora non partecipavano al flusso fra generazioni.

Poi, ad un certo punto, le acque si dividevano. L'anziano mutava il suo contributo alla società portandosi dal piano produttivo a quello educativo. Ogni anziano diventava educatore; ogni anziano diveniva mentore e portatore di esperienza. Non l'esperienza tecnica o quella lavorativa, ma l'esperienza di vita, il frutto di un'analisi disincantata e sdrammatizzata della propria esistenza, il centro di diffusione di saggezza e ponderatezza.

Per questo motivo di ogni artista od intellettuale del passato la produzione più significativa, quella più intensa e profonda era quella legata all'anzianità, quella dove lo scrivere, il comporre musica od il dipingere una tela cessavano di essere un modo per proporsi, per vendersi, per ottenere plausi, notorietà e guadagni, ma diventavano lo specchio della vera anima, del vero sé e dell'esperienza di vita.

Gli intellettuali e gli artisti di oggi sono invece quelli che popolano gli svacchi decadenti delle serate romane, dove pelli grinzose e troppo esposte si sfregano con giovani scosciamenti senza che ne passi esperienza che non sia eminentemente sensoriale. Gli scritti e le opere degli anziani di oggi sono spesso (non sempre per fortuna) così insulsi da non poter nemmeno essere classificati. Libri vuoti come è vuoto il loro desiderio di uscire dall'acqua del nuovo per paura di dover giudicare il fallimento della loro stessa idea di esperienza.

Perché è qui che sta il punto. L'esperienza oggi vacilla perché rappresenta sia un passato di debolezze ed illusioni non ancora sottoposto a critica, sia un presente caratterizzato dall'incapacità di leggere criticamente il proprio passato e di assumersi la responsabilità di farsi mentore e non pilota del futuro.

Chi oggi dovrebbe serbare esperienza per il futuro ha cominciato a formarsi l'esistenza durante o subito dopo l'ultima guerra mondiale. Le guerre portano danni che vanno ben oltre le catastrofi che provocano.

Il dopoguerra è stato un periodo di grande amarezza complementare all'eccitazione della ricostruzione. Nel giro di soli vent'anni l'Italia era un paese nuovo, lanciato verso orizzonti di evoluzione e benessere impensabili fino a pochi decenni prima.
Il tutto era reso possibile da un sistema aperto, dove la libera iniziativa era davvero libera e con ampie prospettive. Aprire un'azienda era infinitamente più facile di quanto sia ora. Si otteneva un prestito bancario grazie alla buona parola del proprio padre. Si faceva carriera senza limiti all'immaginazione: da fattorino si poteva diventare megapresidente.

Al culmine di questa euforia si è pensato che "benessere" coincidesse con "vita da favola": pensioni a 35 anni, rendite non tassate, molti diritti e pochi dovere, una politica da foraggiare in cambio di privilegi, invece che una politica da controllare, passo dopo passo.
I giovani non esistevano. Quando hanno fatto sentire la loro voce sono diventati ipso facto sessantottini semiterroristi. Si sono trovati contro tutti: dalla politica alla chiesa, dalle famiglie ai professori, dai poliziotti ai giudici.
Volevano anche loro cominciare a partecipare a quello "sguazzo" generale nel quale tutti i ben pensanti moltiplicavano i loro record, o forse volevano semplicemente suonare il campanello d'allarme? La questione è ancora aperta.

Da quei tempi ad oggi il "Luna Park nuova Italia" ha progressivamente cominciato a presentare i conti; ma come si poteva pensare che una generazione nata e vissuta nell'idea che tutto si potesse aggiustare con "una buona parola" pagasse quei conti?
I protagonisti istituzionali del Luna Park si sono trasformati in ambulanti da fiera per poi diventare prima attori del mercato dell'assurdo e poi, oggi, museo delle cere.

Ma quelle cere sono ancora lì, che parlano di progressismo, di riforme, di nuova era, di risanamento. E' una cera dura, che non legge i blog, non sa di internet, ai giovani non sa che dire e dell'esperienza non sa che farsene, perché, le cere, lo sanno benissimo che la loro esperienza è fallimentare.
Forse per alcuni è esperienza di successo economico, è esperienza di successo personale, ma per il paese, per i giovani, per il futuro, abbiamo capito che quella esperienza è inutile, incapace di mutarsi in saggezza semplicemente perché ancora lì, ferma, arroccata nella propria posizione di potere, inamovibile come la cera dura, incapace di riconoscere le potenzialità dei giovani.

E non si pensi che questo discorso nasconda una parzialità. Non è rivolto contro la sinistra o la destra, o gli anziani, o i giovani o la chiesa o quant'altro. Questa riflessione dovrebbe essere a servizio oppure monito per tutti. Azzittendo i giovani e dando troppo credito ad una esperienza corrotta dal non liberarsi dal giogo del potere si rimane alla mercé degli adulti (fra cui mi ritrovo) che non trovano guide affidabili tra gli anziani e non sanno ancora bene cosa insegnare ai propri figli.

Nel mondo dei sogni il Senato dovrebbe essere una scuola senza diritto di voto.

Nel mondo dei sogni!

All'esperienza dell'anziano si è sostituita la conoscenza scientifica, il che è un bene a mio parere. Ma questo comporta sul piano sociale una diminuzione del ruolo e dell'autorevolezza dell'esperienza, che non sia frutto di studi. Ho avuto spesso modo di parlare con anziani, devo dire che sovente il loro pensiero è un insieme di luoghi comuni (spesso sessisti) e credenze molto discutibili. Insomma, anche come maestri di vita, lasciano un pochino a desiderare. Diverso il discorso del Senato, lì la questione è politica...
gremus
ILLAICISTA: l'esperienza a cui mi riferisco è sinonimo di saggezza, capacità maieutica di guidare nelle scelte le giovani generazioni. La conoscenza scientifica è utile quando le scelte sono ponderabili, meno quando presuppongono una valutazione soggettiva. Il pensiero di molti anziani è ambiguo, secondo me, per le ragioni che ho descritto nel post. Il Senato è simbolo di questa ambiguità. Se la saggezza è schiava della politica cade la ragione stessa di avere una Camera di "anziani". Grazie di essere passato

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