Se la nostra pace costa la guerra in Africa.

Un mondo senza guerre? La pace globale? Chi non lo desidererebbe! Però l'uomo è uomo, e da quando ha avuto un barlume di ragione mista alla complementare sragione, le guerre sono quasi sempre state le uniche vie di risoluzione delle importanti controversie internazionali, interculturali ed interreligiose.
Il filosofo inglese Hobbes scrisse nel suo Leviatano: "Lo stato di pace tra gli uomini, che vivono gli uni a fianco degli altri, non è uno stato naturale, il quale è piuttosto lo stato di guerra...". E persino Einstein arrivò a dire che i problemi non possono essere risolti al medesimo livello di pensiero che li ha creati.

Di fronte alla tragicità di queste riflessioni sarebbe bello poter ritrovare, in un'analisi approfondita della storia degli ultimi decenni, la smentita a queste idee. Ma se da un lato lo stato di benessere in molti paesi cosiddetti industrializzati ha permesso di mantenere una situazione di pace, dall'altra, lo stesso benessere ha privato altri paesi della possibilità di uscire da guerre costanti, continue e in apparenza irrisolvibili. Il benessere parrebbe perciò un deterrente contro la guerra, ma non essendo in grado di estendersi all'intero pianeta, anzi, dovendo contare sullo sfruttamento di intere fasce di territori e popolazioni per mantenerlo laddove già c'è, è purtroppo generatore di pace e guerra allo stesso tempo.

La vicenda somala contiene i simboli di tutti i fallimenti possibili verso una pace ottenuta pacificamente: fallimento della diplomazia, degli interventi internazionali, delle risoluzioni ONU.
Senza contare la storia somala pre-unificazione del 1960, quando cioè la Somalia era Somalia Italiana e Somaliland, il corno d'Africa è passato attraverso il potere militare di Siad Barre, guerre civili intermittenti, secessioni, truppe ONU poi ritirate nel 1995, accordi e conferenze di pace (1997, 2000 e 2002), processi di pacificazione e quant'altro. Nulla è servito a mettere pace in un popolo che è fra i più poveri al mondo, con una inflazione del 81,9% e che rischia di legare la propria sopravvivenza alle rimesse degli emigranti.

In una situazione così disastrata non può sorgere una pace vera, perché alla fame non si può contrapporre una politica del quieto vivere. La pretesa delle corti islamiche di produrre la pace attraverso l'imposizione della Shari'a va a gravare ancora una volta sulla popolazione che è sì mussulmana al 99%, ma è anche stanca di soccombere agli impotenti regimi laici o confessionali che siano.

Quale soluzione allora? Difficile a dirsi. Tuttavia è certo che strumentalizzare ancora una volta un quadro di guerra per fare piccola propaganda di quartiere è semplicemente sconsiderato. Lo ha fatto ieri sera il Tg3, dicendo che nel trambusto somalo sono identificabili gli interessi americani, oppositori all'insediamento di un potere fondamentalista simile a quello dell'Afghanistan dei talebani.
A parte il fatto che i poteri fondamentalisti non piacciono a nessuno, e sotto sotto nemmeno a quelli del Tg3, è attendibile l'idea che ancora una volta la colpa sia degli americani? E se il riferimento è posto a chi arma le forze etiopi o quelle del governo provvisorio, perché non porre un altrettanto chiaro riferimento a chi arma le corti islamiche?

La responsabilità di tutti i paesi industrializzati c'è ed è grande ma è meno tinta di antiamericanismo ad oltranza. Il male che Europa, America e buona parte dell'Asia fanno sta nel considerare tutta l'Africa un continente inferiore, indegno di competere alla pari con gli altri continenti, sfruttabile in quanto serbatoio di risorse, e cercando di pagare queste risorse con monete di tolla. I diversi regimi africani sono stati appoggiati a seconda della convenienza, e questa pratica ha visto la partecipazione di tutti gli stati evoluti, Italia compresa.
Mentre da noi si parla di Europa unita fa un gran comodo un'Africa spezzettata in mille fazioni, mille religioni, mille culture e regimi le quali, possibilmente, devono continuare a farsi la guerra fra di loro per preservare la nostra quota di pacifico benessere. Fa comodo pure un'Africa povera e disperata.

Lavorare per un'Africa pacifica significa cominciare a considerare gli africani, gli stati africani e l'intero continente africano del tutto uguali a noi, ai nostri stati, ai nostri pacifici continenti. Significa imbarcare gli stessi identici 747 usati per intraprendere relazioni economiche con la Cina, per andare a costruire rapporti commerciali ed industriali anche con l'Africa. Significa infine non andare in Africa pensando di comprare con un dollaro tutto ciò che ci pare. La globalizzazione ormai ha reso il costo del sacco di farina praticamente uguale su tutto il globo. E' bene ricordarlo.

La vera guerra Somala, ma anche quella del Darfur, del Congo, della Nigeria e di molte altre aree africane è alla povertà.

Un po' di propaganda, se proprio non se ne può fare a meno, dovrebbe partire da lì.

freedom (non verificato)
Ottimo gremus, hai perfettamente ragione e appoggio appieno le tue opinioni!
gremus
Thank you!

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