Crescita & Decrescita felice

Crescita & Decrescita felice

Decrescita non significa privare la propria esistenza di nuove esperienze, piacere e benessere. Al contrario, decrescita significa riempire diversamente il vivere, migliorando la qualità della propria esistenza e di quella degli altri.

Per questo decrescita è ritenuta da molti un altro modo di intendere la crescita. Crescere attraverso la decrescita è un po' come tornare a casa e levarsi i vestiti stretti e scomodi per indossarne altri che ci facciano sentire più liberi. Decrescita è recuperare equilibri sostenibili ed esperienze più semplici e umane, sfuggendo alle illusioni della crescita consumistica, impostata sul commercio di oggetti usa e getta, di cibi insapori e dannosi, di viaggi con la carta di credito in mano, di suv che consumano come carri armati. E' recuperare esperienze e stimoli sensoriali più semplici e insieme profondi, come ad esempio quelli che ci offre la buona musica. Per qualche tempo confesso di aver pensato anch'io che la soluzione ai problemi economici e sociali potesse essere l'incremento dei consumi. Pensavo che comprando gingilli inutili avrei consentito ai lavoratori che producevano quei "cosi" di vivere attraverso il loro lavoro. I soldi sarebbero dovuti fluire dalle mie tasche a quelle dei lavoratori, che a loro volta avrebbero potuto consumare creando una rete di solidarietà basata sul flusso dei quattrini. Lo stato, attraverso la tassazione di quei flussi, avrebbe finanziato le scuole, le strade, la sanità e molto altro. Ci ho creduto per qualche tempo poi, all'alba dei cinquant'anni, è successo che la mia vista da vicino si è abbassata, ma quella da lontano è diventata più acuta. E ho cominciato a vedere, sempre più chiaramente, che i soldi pagati per consumare vanno solo per una piccolissima parte nelle tasche di chi produce, dei lavoratori veri, finanziando invece tutto quel mostruoso e articolatissimo sistema di intermediazione, di commercio, di agenzia e subagenzia, di rappresentanza, di governo, di controllo, di autentica speculazione, che non produce nulla ma che si prende quasi tutto del valore economico di ciò che paghiamo. Questi consumi non sostengono la solidarietà sociale, ma la distruggono. Tutti i cosiddetti "operatori" che stanno nel mezzo tra chi consuma e chi produce hanno solo due interessi: spingere il più possibile i consumi per aumentare sempre più i propri guadagni, e rendere tutti i processi di intermediazione il più possibile complessi e burocratici, perché così le loro redditizie attività possono crescere sempre di più. Questi soggetti riescono così a chiamarsi fuori dalle regole del mercato, perché i loro servigi sono remunerati secondo tariffe fisse e bonus che crescono proporzionalmente all'efficacia della loro invadenza e pressione sui consumatori. Il produttore che vede il proprio prodotto perdere di valore sul mercato, paga il suo commercialista a tariffa fissa, e così anche il notaio, le tasse e i bolli sulle spedizioni, la pubblicità, le consulenze amministrative e molte imposte, e l'elenco potrebbe essere lunghissimo. Il paradiso dei consumi è il centro commerciale. In queste microcittà, costruite come se fossero villaggi lunari autonomi in tutto e con dentro tutto, le persone si muovono con la carta di credito fra i denti, e consumano come astronavi in decollo. Consumano inconsapevolmente enormi quantità di risorse, perché i centri commerciali sono caldi d'inverno, freschi d'estate, con musica di sottofondo, e super-illuminati. Tutto ciò ha ovviamente costi elevatissimi perché per rendere perfetto il clima di queste gigantesche microcittà è necessaria una quantità di energia imponente. Chi paga tutto ciò? Lo paghiamo noi con i nostri consumi, con i nostri carrelli della spesa, con le pizze di cartone che compriamo per i nostri figli e i vestiti griffati. La maggior parte dei quattrini che lasciamo nei centri commerciali non va ai produttori ma rimane nelle tasche di tutti i "portatori di interessi" che girano attorno a queste strutture. I visitatori dei centri commerciali sono dei voraci ed inconsapevoli consumatori che in realtà non sostengono i consumi solidali e concorrono molto poco a rilanciare l'economia. Questi consumi arricchiscono perlopiù pochi soggetti: i produttori di energia, i proprietari di questi centri che sono di fatto delle piccole banche, lo stato che tassa ogni passo che facciamo in quei luoghi. Quei consumi li paghiamo noi acquistando beni agli stessi prezzi che un tempo trovavamo nei negozietti di quartiere, oramai annientati dai centri commerciali. Sui centri commerciali scriverò ancora, così come su altre forme di consumo ad alto profitto per chi ne detiene il controllo ( telefonia e adsl , ad esempio…). Ma è sulla decrescita "felice" che voglio dire qualcosa, tema che poi approfondirò. Decrescere, in questo contesto dove siamo costantemente bombardati da incitamenti a comprare, presuppone almeno il porsi prima di ogni acquisto alcune domande: 1) ciò che sto comprando mi è davvero utile? 2) posso riutilizzare qualcosa che già posseggo con lo stesso risultato? 3) ho acquisito abbastanza informazioni sulle caratteristiche di ciò che sto comprando? 4) ho confrontato i prezzi dei diversi produttori concorrenti? 5) ho valutato le offerte dei diversi distributori venditori? 6) mi fido di chi mi sta vendendo? A quale organizzazione fa capo? 7) quale grado di qualità ha il bene? 8) qual è il costo di mantenimento/esercizio del bene? 9) è riusabile/scambiabile il bene che acquisto? 10) è riparabile? 11) come funziona l'assistenza – servizio clienti e con quale efficacia? Naturalmente non sempre ci si può fermare e porsi tutte queste domande prima di ogni acquisto. Ma appena è possibile mi pare utile farlo e insegnarlo ai nostri figli: è un esercizio che fa bene tanto al nostro senso critico quanto alle nostre tasche!

onorio
sottoscrivo tutto quello che hai scritto,

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