Il dolore e la felicità

Il dolore e la felicità

Il pensare l'esistenza come un passaggio capace di condurre ad una vita eternamente felice ha reso, per una certa cultura, la ricerca della felicità terrena un desiderio quasi sconveniente e immorale. L'uomo oggi cerca la felicità ovunque: nel lavoro, negli affetti, nell'utilizzo del tempo, in se stesso, nello spirito o nella libertà.

Non esiste una felicità oggettiva e nemmeno un parametro per misurarla. La felicità appare ad ogni uomo con un colore unico ed irripetibile: ciò che è per me felicità può essere il contrario per chiunque altro. Spesso invece della felicità non se ne conosce nemmeno il colore: è la sensazione di infelicità che ci spinge a cercare qualcosa di cui si ignora totalmente la forma.

La felicità è una sensazione eminentemente cerebrale. Non esiste una condizione sociale, uno stato fisico, un tratto caratteriale o una circostanza particolare che possa essere ritenuta un viatico alla felicità. Un ricco può essere più infelice di un poveraccio; un misantropo senza alcuna vita sociale può sentirsi più appagato dalla vita di una star di successo. Il nostro essere si nutre di molte cose, non solo di cibo o di comodità, ma anche di sensazioni che sfuggono ad una identificazione precisa. Queste sensazioni sono quasi sempre legate alla parte più profonda di noi stessi, all'area meno sensibile ai benefici che provengono dal contenuto più materiale dell'esistenza. La mancanza di ciò che induce quelle particolari sensazioni provoca ansia, disagio, tristezza e anche dolore.

Da quel dolore, più o meno forte, nasce la ricerca della felicità; processo lungo, talvolta difficile, spesso senza soluzione. Questo perché le sensazioni che affamano ogni uomo possono essere inottenibili, aneliti lontani o che almeno così vengono ritenuti. Da qui l'origine di molti didagi, più o meno pronunciati, ma che tutti partono inesorabilmente da quella "fame" inappagata.

La felicità, o comunque qualcosa di molto vicino, può essere incontrata. Raramente essa è frutto di una ricerca corollata da successo; più spesso la si trova per caso, dove non si sarebbe mai pensato di incontrarla. Si sente solo che quella piccola o grande "fame", quella vaga sensazione diventa improvvisamente più cosciente, e comincia a farsi guida.

Accade pure che qualcosa appaghi quella fame, per un tratto più o meno breve o lungo della nostra esistenza, ma che quel qualcosa poi sfugga, si allontani, oppure sia semplicemente fugace, qualcosa che fatica ad entrare nella nostra esistenza con stabilità. Un lavoro, una circostanza, un affetto, che ci rende felici ma che per varie ragioni il destino ci porta via. Il dolore in questo caso è grande sia perché la "fame" si farà sentire in modo soffocante, sia perché ci rende consapevoli di cosa, con precisione, possa renderci più felici. La ricerca in questi casi si fa durissima.

Il dolore per la mancanza, per quella particolare "fame" può essere dominato, in parte, solo attraverso l'assimilazione di due elementi fondamentali nell'esistenza umana: l'uno è che il dolore è un segnale e non una condizione. Il dolore è una spia della "fame" e solo appagando quella fame il dolore può essere sopito.
L'altro elemento, collegato al primo, è che la ricerca della felicità dovrebbe partire dalla ricerca dentro se stessi di quali siano le sensazioni che ci affamano, anche se queste possono farci paura, anche se possono essere molto nascoste, anche se queste sensazioni risiedono nelle ombre della nostra esistenza.

Voglio citare a questo proposito due passi di Umberto Galimberti, filosofo e psicologo, tratti dal suo libro "L'ospite inquietante" (Feltrinelli).

...bisogna attraversare e non evitare le terre seminate di dolore. Quello proprio, quello altrui. Perché il dolore appartiene alla vita allo stesso titolo della felicità. Non il dolore come caparra della vita eterna, ma il dolore come inevitabile contrappunto della vita, come fatica del quotidiano, come oscurità dello sguardo che non vede via d'uscita. Eppure la cerca, perché sa che il buio della notte non è l'unico colore del cielo.

Bisogna educare a essere se stessi. Ma per essere se stessi occorre accogliere a braccia aperte la propria ombra. Che è ciò che rifiutiamo di noi. Quella parte oscura che, quando qualcuno la sfiora, ci fa sentire "punti nel vivo". Perché l'ombra è viva e vuole essere accolta. Accolta l'ombra cede la sua forza. Cessa la guerra tra noi e noi stessi e perciò siamo in grado di dire "Ebbene sì, sono anche questo". Ed è la pace così raggiunta a darci la forza d'animo e la capacità di guardare in faccia il dolore senza illusorie vie di fuga.