Il Flow: lo stato di grazia

Il Flow: lo stato di grazia

Chi raggiunge risultati straordinari ha sviluppato uno dei talenti più preziosi: motivare se' stesso e gli altri. Ma dove trovare le risorse per alimentare la nostra motivazione? Il motore della motivazione è sempre uno: l’emozione.

Tutte le teorie sulla motivazione partono dalle emozioni e dalla capacità di dominarle in vista del raggiungimento di un obiettivo. Nuoce alla spinta motivazionale una mancanza di autocontrollo sulle emozioni, un elevato livello di ansia, preoccupazioni esterne, cattivo umore o un’eccessiva apprensione rivolta al risultato. Sono invece a favore della spinta motivazionale un rilassamento preventivo (alla base anche di tutte le tecniche di apprendimento e memorizzazione), un adeguato livello di ansia, un’attenzione rivolta al compito e non al risultato, un’elevata inclinazione alla speranza, buon umore e senso di autoefficacia. Insomma, si tratta di porre la propria mente in uno "stato "particolare.

Ora osservate attentamente le tre foto qui sopra e soffermatevi sulla sensazione istantanea che esse suscitano. Proviamo a chiederci cosa stava passando in quel momento nella testa del nuotatore, del direttore d’orchestra, del cardiochirurgo. Io ne sono sicura: in quel momento per loro nulla esisteva al di fuori di quello in cui erano impegnati…

Ognuna di queste tre persone sta dunque vivendo quello che è stato definito dagli studiosi della motivazione, lo “stato di grazia” della mente.
La cosa bella è che si tratta di una condizione che tutti noi conosciamo molto bene e che abbiamo sperimentato più volte nella nostra vita. A chi non è mai capitato di essere talmente concentrato nella propria attività da non accorgersi del tempo trascorso, o che nel frattempo si è fatto buio, o che ci hanno rivolto la parola e probabilmente abbiamo pure automaticamente risposto?

A me capita talvolta, e quando succede è sempre perché sto facendo qualcosa che mi piace moltissimo…
A definirlo un vero e proprio “stato di grazia” è stato il maggior studioso del fenomeno, il professor Csikszentmihalyi, noto anche per i suoi studi sulla felicità, la creatività e l’apprendimento, il quale ha precisato le condizioni necessarie per raggiungere questo particolare stato.

Gli studi sono partiti proprio dall’osservazione del comportamento dei grandi campioni sportivi, degli artisti e delle persone dotate di particolare genialità. Ciò che colpisce in queste persone è sempre la straordinaria capacità di automotivarsi e di sopportare durissimi programmi di studio e allenamento. E’ proprio questo massimo livello di concentrazione e automotivazione che Csikszentmihalyi ha definito flusso (Flow). In seguito il flusso è stato considerato la massima espressione dell’intelligenza emotiva (Goleman).

E dunque, come si entra nello stato di flusso? Una condizione l’abbiamo già individuata: quello che stiamo facendo ci piace, ci stimola, ci appassiona, e tale diventa il coinvolgimento, il livello di concentrazione, da perdere quasi la consapevolezza di ciò che si sta facendo (ma l’ho fatto veramente io? ma come ho potuto arrivare a tanto?): per certi versi potremmo azzardarci a definirlo quasi uno stato di “trance”. E’ come se esistesse solamente l’azione. I nostri scopi sono chiarissimi.

Più entriamo nello stato di flusso, più gli obiettivi diventano definiti e raggiungibili e sia internamente che esternamente abbiamo costanti feedback che ci fanno capire quanto le cose stiano andando davvero bene. Pur in uno stato di “alterata” percezione del tempo, dello spazio, degli eventi circostanti - quasi come se tutto il resto fosse sospeso o abbandonato - non si ha mai nessuna sensazione di mancanza di controllo della situazione. In questo stato si raggiunge la massima padronanza dei propri stati emotivi.

Un punto fondamentale dello stato di “flusso” risulta essere la motivazione intrinseca del soggetto che agisce proprio per il piacere stesso di svolgere l’azione e non per ciò che può ottenere. Il flusso e tutti gli stati positivi che lo caratterizzano costituiscono anche il miglior metodo di insegnamento in quanto basato su motivazioni interiori e non su obblighi esterni. Tutto ciò fa riflettere su quanto sia fondamentale incanalare le nostre emozioni verso il piacere di “fare quel che si fa” senza ostinatamente porre come condizione il risultato o la valutazione finale.

Come scrive Eugen Herrigel nel celebre libro “Lo zen e il tiro con l’arco” “…Così si giunge gradatamente a uno stato d'abbandono(…)…un particolare scatto della concentrazione(…)..per esso l'anima, come da sola, si ritrova quasi a librare entro se stessa, una condizione che, capace di crescere d'intensità, si solleva addirittura a quel senso d'incredibile leggerezza, sperimentato solo in rari sogni, e di felice certezza di poter destare energie rivolte in ogni direzione e di saperle accrescere o sciogliere a ogni livello (…)È perciò con questa presenza e piena potenza del suo spirito non turbato da intenzioni, e fossero le più nascoste, che l'uomo che si è svincolato da tutti i legami deve esercitare qualsiasi arte”.