Insegnare l'impresa

Insegnare l'impresa

Il capitalismo, oggi, è una realtà storica ineluttabile e fondamentale per lo sviluppo di qualsivoglia visione macroeconomica. L'impresa che miri a superare la microdimensione deve misurarsi in un mercato globale impietoso, incapace di accogliere visioni nane o, peggio ancora, obsolete. Ma qualunque crescita necessita oggi dell'intervento del capitale.
Tuttavia la teoria capitalistica, il manuale dell"HowTo" sul capitalismo, ha bisogno di una revisione, soprattutto in Italia, e questa revisione dovrebbe trovare spunti nelle università, nella ricerca, nella mente di quei teorici dell'economia e del capitalismo che nell'osservazione e nella riflessione pongono l'anima del proprio lavoro.
Perciò sorprende sentire per bocca di un docente universitario di prestigio, ripreso in video in un prodotto editoriale dedicato alla formazione imprenditoriale, che le aziende di produzione devono avere come priorità non la qualità o l'eticità dei propri modelli imprenditoriali, bensì la "remunerazione del capitale".
Così produrre significa esclusivamente creare valore per gli azionisti. Magari quelli di riferimento.

Il professore Massimo Saita dice che l'impresa produce beni e servizi, cedendoli sul mercato, per poi distribuire la ricchezza prodotta agli azionisti o a chi ha investito il capitale. La ricchezza è strumentale a remunerare il capitale investito.
Fin qui nulla da eccepire.
Poi aggiunge che il concetto di valore è creazione di valore economico per i soci e per gli investitori, sotto forma di dividendi, oppure di incremento del valore delle azioni, se l'impresa è quotata in borsa.
Già sul concetto di valore si potrebbe fare qualche obiezione.
Ma il professore sente il bisogno di spiegare meglio cosa intende e aggiunge: "molto più importanti sono i dividendi e i valori delle azioni che non alcuni concetti etici che pure oggi si cerca di fare rientrare nell'impresa quale la responsabilità sociale dei prodotti e la qualità dei prodotti e dei servizi resi dall'impresa". (Master24 - Il Sole 24 Ore)

Se fosse un'analisi di ciò che oggi è un certo capitalismo direi che l'analisi è corretta, ma ciò che lascia perplessi è che l'osservazione non è analitica, ma propedeutica, cioè destinata agli imprenditori, giovani o bisognosi di formazione. E probabilmente la stessa teoria rientra negli insegnamenti universitari del professor Saita.

Ovviamente nessuno può dire che la teoria esposta sia totalmente sbagliata. Sotto un certo punto di vista essa è corretta ma è la scelta del punto di vista che fa pensare.

Dalla parte degli investitori, dei possessori del capitale, si può senz'altro pensare che in loro vi sia il desiderio di vedere remunerato il loro capitale. Ma l'imprenditore,che deve adottare strategie e scelte funzionali al rendimento di quel capitale, deve avere davanti ai propri occhi una visione, una mission, un'idea di business al cui centro non possono stare gli azionisti, bensì il prodotto.

Se il prodotto perde valore, perché giudicato di scarsa qualità, oppure perché il pubblico scopre che quello stesso prodotto è legato a sfruttamenti della natura o degli uomini, che ne sarà della remunerazione del capitale?
In poche parole, mi piacerebbe porgere al professor Saita la domanda: dove pensa di porre il limite etico o di interesse nella qualità di prodotto nel bilanciamento fra remunerazione del capitale e "mission" d'impresa?

Se si fa un'analisi di ciò che sono stati i più grandi fallimenti degli ultimi anni, da Enron a Parmalat, si scopre che l'anima di quei fallimenti giaceva proprio nel considerare predominanti gli interessi degli stakeholders legati alle dinamiche di capitale, tralasciando quelli legati al core business.
Ma si possono anche trovare esempi nella cronaca economica giornaliera.

La Telecom è stata messa alle corde da una fallimentare rincorsa alla remunerazione. Ovviamente, siccome questa rincorsa viene condotta dagli imprenditori, loro riescono ad avere riscontri positivi, mentre gli azionisti più piccoli hanno visto ridursi drasticamente il loro capitale.
E se invece alla Telecom avessero pensato ai telefoni, a internet, alla banda larga, alla rete?

La Fiat è uscita da una crisi dacché si è deciso di ritornare al core business, investendo in qualità di prodotto ed in innovazione. Quando invece rincorreva remunerazioni di palo in frasca stava spingendo un'azienda di portata internazionale nel baratro delle "Dogs".

Ci si potrebbe chiedere del perché in Italia ci siano così pochi investimenti esteri, o del perché l'impresa non cresca e rimanga medio-nana, o del perché il mercato borsistico italiano goda della sfiducia della maggior parte dei risparmiatori.
Il solo pensiero di mettere i propri risparmi nelle mani di imprenditori-finanzieri, figli di un'Italia che della finanza è bertoldina, fa si che il capitalismo italiano sia praticamente tarpato, incapace di assolvere ad un ruolo propulsivo.

Proprio ieri sera sentivo dire dal ministro Nicolais che in Italia sarebbe ora di insegnare agli imprenditori a fare impresa. Difficile partire da una posizione dove all'imprenditore si consiglia di fare il banchiere.

L'imprenditore fa impresa e l'impresa è un soggetto che opera sul mercato dei beni e dei servizi. Se impara a far bene i propri prodotti/servizi e sa muoversi bene sul mercato riuscirà a remunerare il capitale degli investitori. Altrimenti non ci riuscirà.

Spesso la semplicità è il punto migliore dal quale iniziare.

La responsabilità sociale dell'impresa è creare valore nel medio-lungo termine, nel rispetto delle regole esistenti: nulla più di questo. Tutti i discorsi sui principi etici, sulla qualità dei prodotti, sul rapporto coi lavoratori, non è che sono irrilevanti, ma non sono l'obiettivo dell'azienda. Sono alcuni degli aspetti di cui tener conto per creare valore. Se tratto male i lavoratori, questi se ne andranno; io continuerò a rimpiazzarli e sarò poco efficiente: non sto creando valore. Idem per gli altri aspetti.
gremus
E se tratto male i clienti che succede?
Avevo scritto: idem per gli altri aspetti. Se tratti male i clienti, non comprano più da te: stai distruggendo valore. In ultima analisi, si finisce sempre lì: la creazione di valore spinge l'impresa a rispettare le regole, a trattar bene clienti e lavoratori, e così via. Se questi aspetti sono rilevanti per l'impresa, le consentono di avere risultati migliori, e allora contribuiscono a creare valore; se non sono rilevanti, allora l'impresa non ha ragione di perseguirli.
gremus
Appunto, gentile Lamiadestra. Ciò che io sostengo è che la ricerca di valore debba concentrarsi sul prodotto, sulla soddisfazione dei clienti e sul rendimento dei lavoratori. Se tutto ciò funziona anche gli interessi degli investitori troveranno soddisfazione. Il mio dubbio è sull'impostazione per la quale l'imprenditore debba diventare finanziere o banchiere. In questo modo non solo è più difficile creare un valore che non sia effimero ma è anche più rischioso mantenerlo nel lungo termine. Poi è chiaro che gli aspetti finanziari hanno la loro importanza. Tuttavia il grande lavoro svolto negli ultimi anni nella ricerca di nuovi modelli aziendali va proprio nella via di migliorare i rapporti con i clienti e con i lavoratori mantenendo alta la qualità ma competitivi i prezzi. Nel capitolo successivo a quello da dove ho tratto la citazione, si dice quanto sia fondamentale concentrarsi sulla qualità, l'eccellenza e l'evoluzione dei rapporti fra corporate, management e lavoratori. Il tutto allo scopo di soddisfare tutti gli stakeholders. Finanziari compresi. La questione è dove porre la motrice nel treno impresa. Grazie comunque dei contributi.

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