Il Futuro: il disagio

Il Futuro: il disagio

MunchHo assistito ad uno spettacolo teatrale. Titolo: Nonno Beppe. La storia è di un uomo, nato all’inizio del secolo, che presumibilmente ha vissuto più di novant’anni, e che è stato costretto a cavarsela in due guerre, ad emigrare per vivere, a vedere il mondo attorno a se mutare ad una velocità stratosferica costringendolo a correre, rincorrere, consumando scarpe (in centro alla scena), e cercando attraverso i fili simbolici arrotolati in gomitoli di lana, di far rimanere la sua vita “una vita” sola, e non cento, mille, una scollegata dall’altra.

Quante storie identiche si potrebbero raccontare; quante persone conservano nella loro memoria ricordi di vita incredibili, esperienze innumerevoli. Eppure si ritrovano a vivere una vecchiaia di solitudine, incapaci di comprendere il mondo che li circonda.
Poi, la notte, tornato a casa dopo lo spettacolo, leggo una notizia curiosa: è morto un uomo che da 50 anni non era più capace di memorizzare nulla: ogni giorno che si alzava era come ricominciare la vita da zero. Niente ricordi, niente dolori per il passato, niente malinconia, rimpianti o rimorsi. Ogni giorno una vita: 365 vite all’anno; 18250 vite diverse in 50 anni. Solo pure lui; costretto a vivere per 50 anni in un ricovero, perché incapace di ricordare la sera da dove era partito la mattina.

Una settimana fa vado a pranzare in un ristorantino tranquillo, nel centro di Monza. Pochi tavoli, un ambiente accogliente, una cameriera simpatica. E’ ok per l’intervallo di pranzo. Invece quel giorno entro e vedo una tavolata di almeno 20 signore. Da lontano scorgo un ampio gesticolare. Oggi, mi dico, ci sarà baraonda: quasi quasi vado altrove. Ma pochi secondi dopo mi accorgo che qualcosa non quadra. Le 20 signore c’erano, il gesticolare era ampio, l’aria di festa pure, ma il tutto in un silenzio assoluto. Le venti signore erano tutte sordomute. Si divertivano un sacco ed erano rilassate. Chi era agitata? La cameriera che si rivolgeva a loro urlando senza ottenere un minimo risultato. La giovane cameriera sembrava sola, incapace di relazionarsi, a disagio.

Esattamente, chi sa dire cosa sia il disagio?
Voglio provare a dire cosa penso io del disagio, e perché ho deciso di parlarne riferendomi al futuro, all’inizio di un ragionare sul futuro.

Disagio è, secondo me, stare scomodi in un mondo che afferma perentoriamente pochissimi modelli di agio. O quei modelli ti calzano bene oppure diventi un disagiato. Ma nessuno ha stabilito che i modelli di agio siano davvero i migliori modelli per un’esistenza serena ed intensa.

Non voglio mancare di rispetto a chi porta con sé disagi importanti, invalidanti; però vorrei pensare come sarebbe la vita di una persona costretta a muoversi esclusivamente su di una carrozzella se tutto il mondo che lo circonda non fosse a lui ostile, nemico.

Scrivo in treno (l'ho imparato a fare quando facevo 6 ore di treno al giorno); mi guardo attorno e cerco di immaginarmi come potrebbe una carrozzella salire su un normale treno pendolari! Infatti non se ne vede nemmeno una. Cos’è il disagio in questo caso? E’ l’imposizione di un modello, il pretendere che chi non ha due gambe perfettamente funzionanti in treno non ci possa andare. Perché? Non è una prepotenza?

Ma ci sono anche disagi più sottili, quelli psichici, quelli delle persone sole per un mucchio di motivi, quelli di chi semplicemente non ha la capacità di contare, o di esprimersi fluidamente, o di chi ha perso tutto, o di chi ha perso semplicemente la fiducia, o l’allegria, il sonno o il senno. Tutte queste persone hanno quasi sempre maturato il loro disagio in contesti dove il non uniformarsi ai modelli significava essere isolati, relegati ai margini di una società dove ormai imperano solo i modelli di perfezione, come se questa esistesse davvero.

Mi viene in mente la storia di Judie Garland, madre di Liza Minnelli, star degli studios MGM a Hollywoood, morta suicida dopo una vita dorata in superficie, ma via via distrutta nell’intimo. Non mi basta la spiegazione che offre Hilmann nel prezioso saggio “Il codice dell’anima”. Non mi basta immaginare un “daimon” un destino che accompagna ineluttabilmente le persone oltre ogni ragionevole sforzo di dominare la propria vita. Credo invece che se il conformarsi ad un modello stereotipato sembri l’unica via per inseguire una specie di felicità e quel modello si ritrova aggredito dagli anticorpi del tuo essere più intimo, allora non c’è speranza. L’unica via invece è riconoscere il proprio modello, la propria essenza, e da lì seguire la strada, la propria via, anche se il mondo circostante ti sembra ostile.

Il disagio non è perciò nella persona che vive secondo il suo personale modello, forse l’unico per lui possibile, ma risiede nel resto del mondo che non ne riesce ad accettare l’unicità e la complementarità nell’incommensurabile varianza dell’universo.

Il disagio è una condizione sociale, sempre. E’ una condanna che ti viene affibbiata dal mondo attorno che ti vuole perfetto secondo modello o niente. E così un ragazzo, che ha dentro di se tristezze per un’infanzia difficile, diventa disagiato perché attorno a sé gli altri non vogliono considerarlo come un portatore sano di sofferenza.
Sì, lo ripeto: portatore sano di sofferenza. Perché dalla sofferenza si impara tanto quanto dall’immagine patinata dei modelli di perfezione.

Ecco l’aggancio con il futuro! Ecco perché ne parlo qui, del disagio. Chi ha detto che solo la perfezione, i modelli patinati e profumati possano insegnare a vivere meglio. Ognuno attraversa momenti di dolore nella vita. Prendere nelle mani questo dolore e decidersi una buona volta a consumarlo con la sofferenza invece che nasconderlo o regolandolo con chissà quale formula teorica, questo può essere di grande aiuto per tutti.

Ascoltare le testimonianze di chi vive il disagio ed il dolore è una di quelle vie “laterali” che possono dare un nuovo colore al futuro.
La vicinanza a chi si ritrova a vivere tratti di vita disagiata più o meno lunghi lascia sempre dei segni indelebili. Le amicizie più intense nascono sempre su di una base dove uno o l’altra persona, o tutte e due, vivono un momento di disagio.

Pochi minuti fa ho conosciuto per caso sulla chat di facebook una ragazza simpatica e molto profonda. In pochi minuti ci siamo detti un mucchio di cose. Un qualche disagio nella vita di tutti i giorni ha aperto subito un canale di comunicazione grandissimo.

E’ l’ennesima prova che il disagio può essere un vettore di scambio, di arricchimento, di pensiero e progetto sul futuro.

A guardarci per bene il disagio è un po’ in tutti noi.

Mettiamolo in comune….