Giovani d'amare

Giovani d'amare

C'era una volta un'Italia dove i giovani conquistavano la libertà a vent'anni. Libertà non significava uscire semplicemente da casa, poter contare sulle proprie forze per ritagliarsi il proprio spazio vitale, e magari metter su famiglia. Libertà significava immaginarsi un futuro e vivere con la ragionevole fiducia che quel futuro potesse avverarsi.

Chi studiava per diventare medico faceva il medico, chi per fare l'architetto faceva l'architetto, chi per fare il musicista, magari con qualche difficoltà in più, riusciva a campare di musica. Il futuro lo si pensava migliore, costellato da astronavi interstellari e avveniristici paesaggi, laddove il lavorare avrebbe saziato le passioni e il tempo libero fosse pieno di vita. C'era una volta quest'Italia; ma non andatelo a raccontare a chi era giovane in quell'Italia. Si scoccerebbero assai e comincerebbero a raccontarvi dei sacrifici, delle lotte contro la povertà e la fame, delle valigie di cartone e dell'emigrazione in mezzo mondo per riuscire a trovarlo quel lavoro. E avrebbero ragione. Ma i giovani di oggi stanno peggio, e sono troppi quelli che continuano a nascondere la testa sotto la sabbia, preferendo non vedere che un disastro si sta annunciando per le generazioni future.

Nell'Italia di una volta un sacrificio aveva comunque un riscontro. I miei nonni, settant'anni fa, hanno abbandonato famiglie, amici, luoghi e ricordi per trasferirsi dal sud a Milano. Un sacrificio non da poco, ma che nel giro di pochi anni avrebbe loro concesso di vedere ricambiata quella scelta da una stabilità economica e sociale. Persino il semplice lavorare, il metterci impegno, il non tirarsi mai indietro per il bene di un obiettivo in fabbrica, in azienda o altrove, aveva il suo riconoscimento. Riconoscimento economico, si intende, perché la legge di vita dice che il lavoro nobilita l'uomo se è remunerato; altrimenti lo umilia.

Un giovane che avesse avuto la fortuna di studiare, trovava quasi certamente una collocazione congrua ai propri studi. Non solo; bastava una certa ambizione e un po' di scaltrezza. Quante piccole imprese, quanti artigiani e commercianti, quanti piccoli professionisti, talvolta non particolarmente fantasiosi, riuscivano a costruire piccoli tesori. Lavorando, ripeto: non voglio insinuare che fosse facile ottenere il successo. Dico solo che il successo, inteso come il raggiungimento di un obiettivo professionale, era nel novero delle possibilità di molte persone.

Certo, lo so! Per le donne la faccenda era assai più complicata allora piuttosto che adesso. Una società ancora maschilista impediva alle donne di accedere a quel mondo di fattibilità. La donna oggi ha ottenuto la dignità che solo la stupidità degli uomini le ha negato per secoli. Ma i giovani, uomini e donne di oggi, e quelli che si apprestano a diventarlo, vivono una situazione non molto differente da quella delle donne di cinquant'anni fa: sono emarginati, costretti a cercarsi una libertà sempre più difficile da ottenere, schiavi di un contesto dove invece che rappresentare la forza lavoro giovane di un paese, sono bistrattati, truffati e derubati del patrimonio più importante che un giovane dovrebbe avere: la fiducia.

L'elenco delle contraddizioni che minano nel profondo la nostra società - dove sociologi televisivi, studiosi delle tematiche del lavoro, psicologi e quant'altro blaterano soluzioni a ritmi vorticosi - è davvero grande. Non basta un'unica riflessione per raccontarle tutte. Però da un piccolo punticino vorrei iniziare già da questo post. Vorrei partire proprio dai giovani e dalla descrizione miope che molti superstudiosi fanno senza troppo conoscerli, i giovani.

Un luogo comune che va per la maggiore è che i giovani di oggi siano privi di ideali, di sogni e di ambizioni. E' una balla colossale, e insieme è anche un alibi per continuare a tergiversare su teorie che partono da una matrice sbagliata: i giovani non sono da ricostruire ma solo da ascoltare, rispettare e avvantaggiare. Non è vero che i giovani non siano disposti a mettersi in gioco per un futuro migliore; non è vero che hanno perso ideali e modelli. La più grande fesseria che si possa dire è che i modelli che essi pongono alla base della loro visione di vita siano vuoti, ludici o materialisti. Chi dice questo ha posto l'apparenza alla base del proprio metro di giudizio, e guarda caso, spesso, è spacciatore di materialismo e di modelli effimeri.

I giovani sono profondi tanto quanto lo erano quelli dell'Italia della rinascita, sono ambiziosi e volenterosi come i loro genitori e nonni, sono appassionati e speranzosi come ci si aspetta da chi ha più spazio di vita davanti che dietro. Ma la loro speranza spesso si mischia alla sfiducia, alla terribile e devastante idea che solo un colpo di fortuna possa dar vita ai propri sogni. E' questo che talvolta viene interpretato come fosse una cessione alla tentazione del danaro o dell'azzardo. Ma e' difficile progettare il proprio futuro quando il presente ha la precarietà come condizione principale.

Oltre a ciò, poi, vi è la speculazione che da ogni dove viene esercitata nei confronti di chi vuole semplicemente lavorare per costruire la propria vita. La flessibilità, ad esempio, dovrebbe consistere unicamente nel rinunciare alla chimera del posto fisso. Ma che c'entra la flessibilità con i pagamenti da fame? Dove sta scritto che un lavoro flessibile o precario debba essere sottopagato?

La prima cosa da fare, se si vuole anche solo prendere in considerazione tutto il mondo giovanile, è considerare un giovane una forza da ascoltare, stimolare, avvantaggiare e porre in una situazione di privilegio.

Il non farlo è quanto di più insensato si possa immaginare in una società che ha disperato bisogno di rinnovarsi.