Il lento appesantirsi della musica leggera

I QueenI QueenQuesta volta non parlerò di mercato musicale, di distribuzione discografica o di diritti d'autore. E' alla musica, alla sua portata artistica che vorrei dedicarmi. Insomma voglio fare per una volta il critico, buttando giù qualche riflessione su come io sento oggi le novità musicali "leggere", termine un po' vintage che raccoglie sotto di sé il pop, il rock e tutti i generi connessi. Ovviamente sono considerazioni personali, senza alcuna pretesa di infallibilità. La critica musicale è fallibile per antonomasia: persino Boheme, all'inizio, fu giudicata robetta da quattro soldi!

Ascolto musica consapevolmente da quasi quarant'anni. Ho ascoltato tutti i generi. In conservatorio, ai tempi in cui persino Mina era considerata, dai compassati docenti, poco più che una "berciante", io e altri miei compagni di studi formavamo clan clandestini di "inQueen-ati", ci scambiavamo i vinili dei Deep Purple o dei Led Zeppelin, alternavamo gli ascolti di Benedetti Michelangeli con quelli di Keith Emerson che tentava Pictures at an Exibition su un organo Hammond.

Ogni nuovo disco era un evento, da pregustare, prenotare, ascoltare e riversare su cassetta per portarselo ovunque sui Walkman, antesignani del moderno I-pod. Ogni nuovo disco era un po' uguale ma un po' diverso dai precedenti. Quando un LP suonava stanco si diceva che l'artista o il gruppo avevano imboccato una strada "commerciale", pronti per essere smentiti al disco successivo.

Più avanti, tra gli anni '80 e '90, il culto delle grandi band mi si è un po' scemato a favore dei singoli artisti stranieri ma anche italici. L'elenco sarebbe lungo e non vorrei trasformare l'articolo in una specie di playlist. Ho sempre seguito gli artisti in evoluzione, i ricercatori, quelli che non si accontentavano di rimescolare la solita minestra di sonorità e stili. Penso a David Bowie, ad esempio, che ha avuto anche lui la sua fase commerciale, ma che ha pure anticipato cose che ancora non si sentono oggi. Se penso alla forza ed alla struttura di "Under Pressure", in collaborazione con i Queen, mi chiedo: ma alcuni cantautori di oggi l'avranno mai ascoltato?

Oggi quasi non riesco ad avvicinare la musica "leggera". E' la fiera del "déjà vu", del già sentito. Tutto ciò che c'è di nuovo spesso, nei cd di cantanti e dei rarissimi veri gruppi di valore, è un refrain orecchiabile qui, un giro di basso interessante là o un ritmo ethno che sorregge la baracca. Ma al secondo ascolto ha già dato tutto il suo potenziale: musica geneticamente diafana per i troppi incroci consanguinei.

Che alla musica leggera manchi sangue nuovo lo sanno benissimo anche gli autori, anche quelli che avrebbero nella testa idee inedite e coraggiose. Ma il coraggio di buttarsi con novità non c'è più, ne' nei Vips ne' nei giovani. E' per questo che gli artisti un tempo grandi ormai fanno solo compilation e poco altro.
I giovani della musica leggera sono spesso come i giovani architetti. Mio fratello, architetto, dice che sa riconoscere ormai ad occhio gli edifici figli del Cad. Nessun architetto sa più disegnare a mano libera una semplice idea, costringendo il computer a seguire quell'idea, a costo di passare la notte a trovare quel comando cad per riprodurre quella particolare curva.

Nella musica accade spesso la stessa cosa. Il sequencer è diventato il padre di molta musica, e i suoi figli si riconoscono per avere ritmi meccanici, agogiche e dinamiche inesistenti, timbriche sempre uguali.
E non è solo un problema dei giovani. Un arrangiamento della grandissima Mina è ormai riconoscibile fra mille: sono tutti uguali; meno male che c'è lei che canta.

Idee nuove, idee che vadano a scavare nel passato musicale, anche di quello più remoto, se ne sentono poche. Qualcuno tenta timidamente di proporre qualcosa. Sting che studia il violoncello ed esce con un disco con brani di John Dowland, Dalla che ritenta una improbabile Tosca, artisti che tornano ad arrangiare per strumenti acustici e classicissimi.
Ci sono stati musicisti che dieci anni fa avevano già intuito la necessità di cercare nuove potenzialità espressive nella commistione dei generi. Penso Philip Glass, a Brian Eno, ad Uri Caine, ma persino a Paolo Conte.

Oggi si sono tutti un po' appiattiti nei soliti giri e nelle solite sonorità. Direi che tutta la musica "leggera" sta attraversando una fase commerciale.

Spero per gli artisti che si stiano almeno riempiendo di tante monete e dobloni.

Occhio però: le monete possono appesantire!