Iraq, Afghanistan, la guerra e il suo contrario

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Esistono almeno due tipi di "pace". C'è la pace vera, quella dove a ciascun individuo, indipendentemente, dall'età, dal sesso, dalla fede, dalla posizione sociale, è concesso di vivere da uomo libero, rispettoso del prossimo e rispettato, in pace con se stesso e con gli altri.
C'è poi la pace fittizia, quella dove non esistono né libertà, né rispetto e nemmeno vita pacifica. Nei regimi totalitari o comunque irrispettosi della dignità degli individui non c'è pace: non c'è guerra, forse, ma non c'è sicuramente pace.

Che le guerre in Iraq ed in Afghanistan siano state mal gestite è purtroppo un dato acclarato. Ma prima di dire che le situazioni precedenti gli interventi fossero meglio della situazione attuale occorre un po' di attenzione.
E' vero che in questi paesi oggi infiammano guerre civili, ma le rivoluzioni non sono mai state incruente nella storia. Laddove regimi rigidi ed efferati reprimono con risolutezza qualunque voce critica e, tantopiù, sobillatrice, lo sbocco in una guerra civile è segno di evoluzione, non di regresso, perché il punto di partenza è uno stato sociale dove la pace, intesa come espressione di libertà ed eguaglianza, già non c'era.

Moltissimi fra i detrattori "senza ma e senza se" dei due interventi in Iraq e in Afghanistan militano fra le forze democratiche del panorama politico italiano. Essi considerano giustamente il fascismo italiano come una delle esperienze più negative della nostra storia. E non perché il fascismo abbia condotto l'Italia in guerra, piuttosto per l'essenza stessa autoritaria e non democratica.
Detto ciò, come è possibile adoperarsi affinché un evento simile non si ripeta in Italia, e invece salutare nostalgicamente regimi anche più truci che dominavano Iraq e Afghanistan prima della situazione attuale? Non è una contraddizione?

Il processo attraverso il quale terre martoriate, storicamente instabili ed economicamente compromesse, riescano a ricondurre una prospettiva di pace, difficilmente passa attraverso processi diplomatici, perché la prima tentazione di prepotenza umana, la più immediata e la più solida è la prepotenza politica ed esecutiva. Diplomaticamente è possibile risolvere situazione dove ogni voce ha un peso uguale, dove la libertà di parola e di pensiero sono concesse. Mancando queste circostanze elementari ogni sforzo pacifico di ribaltare situazioni critiche è inutile.

Allora la guerra civile, atroce, scomoda, e brutta fin che si vuole, rimane l'unica via di uscita, l'unica possibilità di evoluzione. Se le voci non possono avere tutte il medesimo peso sociale, spesso le armi, invece, hanno la stessa forza. So' di dire cose scomode e impopolari, tuttavia se esiste un modo per comprendere ciò che sta accadendo sia in Iraq che in Afghanistan, sta' proprio nel prendere coscienza che lì c'è una situazione in evoluzione, dove la fine è forse lontana, ma dove i regimi precedenti devono essere dimenticati e rinnegati totalmente.

Si può criticare la guerra ma non si può accettare tutto ciò che prende forza al suo posto.

Il contrario di guerra non sempre è pace.