published by gremus on 19 December, 2011 - 09:25
Vorrei reimparare ad ascoltare come i bimbi: occhioni spalancati, bocca semiaperta, rapiti da ogni piccolo suono, da ogni parola, da ogni particolare. I bambini, che hanno nell’udito il loro senso più sviluppato e pronto sin dalla nascita, apprendono ascoltando, senza riserve, senza opporre pregiudizi e, soprattutto, senza l’ansia di dover ribattere, annuire, porsi il problema di dover essere più o meno in accordo con ciò che ascoltano. Ascoltare non significa necessariamente condividere; l’ascolto sta alla base della conoscenza e solo dalla conoscenza possono essere tratti gli elementi per entrare in relazione con l’altro.
I bimbi ascoltano; gli adulti assai meno.
published by gremus on 8 February, 2010 - 12:47
Obbiettivi, obbiettivi; negli ultimi anni si sono prodotti più obiettivi che idee. Nella miope convinzione che porre davanti agli occhi un obbiettivo ambizioso sviluppi forze e capacità nascoste, si è invece causato un danno ben più grave del non raggiungere gli obbiettivi: si è lasciato atrofizzare il muscolo delle idee, strettamente legato a quello della curiosità. La crisi sociale, economica, etica e persino emotiva che si sta vivendo è cresciuta nell'epoca del "vivere per obbiettivi". L'obbiettivo di fare "utile", di ampliare le quote di mercato, di battere la concorrenza, di trovare il lavoro, di trovare il partner ideale, di essere autonomi, ricchi e felici. Persino la felicità ci è stata dipinta come un "obbiettivo" da porsi: imponiti l'obbiettivo di essere felice in 30 giorni, raccontandoti belle cose allo specchio e impegnandoti a più non posso a sorridere alla vita, a costo di farti una plastica facciale… La felicità invece, come tutto il resto, la si costruisce, e non è detto che sia della qualità e del tipo che avremmo potuto prefiggerci con un obbiettivo. La felicità, come disse il ricercatore J.H. Comroe può essere cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino ; grazie all'atteggiamento della Serendipità!
published by gremus on 5 February, 2010 - 12:24
Lenny Bernstein era, nel rapporto con la musica e con i musicisti, l'esatto opposto di Herbert von Karajan, di cui ho raccontato in questo articolo. Niente yoga o zen, niente macchine veloci o ritratti con aquile e cime alpine. Il Bernstein che ricordo io era accompagnato da un bicchiere di whisky e l'immancabile sigaretta. Karajan si muoveva come un albatro da ammirare e avvicinare con deferenza; Bernstein era un magnete, capace di contagiare intere platee di entusiasmo palpitante. Lavorare con lui era esaltante, a condizione di partecipare al flusso di passione ed esclusività che richiedeva al lavoro. Al bar tutti amici e pacche sulle spalle; in orchestra si da' il massimo, tutti, senza scuse. Uno stile di Leadership involontario ma immediato, naturale, ma non sempre efficace.
published by gremus on 11 January, 2010 - 17:59
Basta osservare un violinista, od anche un clarinettista, o persino un flautista per constatare quale cura ogni strumentista dedica al proprio strumento. Custodie foderate con igrometri integrati, contenitori di ance di vetro rettificato, panni per lucidare e revisioni semestrali.
Ogni strumentista ha lo strumento davanti a sé, ed è consapevole che la sua perfetta funzionalità richiede cura e manutenzione. Il cantante invece ha il proprio strumento in gola, e non lo vede, o almeno è propenso a pensare che funzioni da sé senza particolari attenzioni. La realtà è ben diversa: moltissimi cantanti od aspiranti tali si ritrovano spesso a lottare con la propria voce, con infiammazioni, con problemi che talvolta possono implicare soluzioni devastanti. Non è raro che sia il cantante stesso il responsabile di questi esiti complicati, sforzando la voce, pensandola diversa da come è, oppure semplicemente dimenticando di considerarla uno "strumento", da conoscere, controllare o spesso solo da "conoscere".
published by gremus on 8 January, 2010 - 11:59
Diventare direttore d'orchestra è un sogno della serie voglio fare la modella, l'astronauta, il calciatore, la ballerina o il pilota d'aereo. Forse oggi è un po' "demodé", però resiste, ed il pensiero di dominare un'intera orchestra di decine di persone, con gli occhi di tutti puntati addosso, prima o poi, affascina grandi e piccoli. Però si può diventare davvero direttore d'orchestra, come anche astronauta o calciatore. Il percorso di studi è articolato e, come per tutte le cose molto ambite, le voci "talento", "fortuna" "caso" e "destino" fanno la loro parte. Nella storia ci sono stati direttori d'orchestra piombati sul podio per puro caso, altri che l'hanno fortemente voluto sin da ragazzi ma non hanno seguito studi mirati, altri che hanno incorniciato nel loro studiolo il "diploma" di direzione d'orchestra, andandone molto fieri. Il tratto comune fra tutti è comunque quello di essere stati ottimi musicisti, con grande passione e profonde conoscenze della musica. Il direttore d'orchestra è fondamentalmente uno studioso, un pensatore, un intellettuale della musica, che trasmette il suo sapere a colleghi musicisti al fine di creare momenti musicali a più mani. Come detto le strade per salire su un podio sono molte. Io proverò ad indicarne alcune.
published by gremus on 22 December, 2009 - 16:37
Il titolo dell'ultimo lavoro di Fiorella Mannoia è "Ho imparato a sognare". Come se anche per sognare fosse necessario un apprendistato, un'abilità che sappia rendere quello spazio di fantasia ad occhi aperti un autentico sogno. Il sogno – e mi riferisco a quello da svegli – è il livello estremo del nostro pensare irrazionale, senza il pragmatismo del ragionamento, del calcolo preventivo, del progetto. Sognare è immaginarci in potere di ottenere dalla vita tutto ciò che desideriamo, lasciando libero sfogo al nostro inconscio, che per quanto può, riesce a formare anche i nostri sogni da svegli. Purtroppo ci insegnano a frenare questi sogni, incanalandoli in percorsi obbligati, annullandoli in nome del calcolo o del ragionamento. Ma chi l'ha detto che le fantasie siano sempre impossibili? Quante volte cestiniamo un sogno prima ancora di aver provato a spostarlo dal pianeta dell'immaginazione a quello della possibilità? Siamo certi che non siano proprio i sogni fantastici a regalarci soluzioni per un futuro così incerto?
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