Gianni Schicchi di Giacomo Puccini

Gianni Schicchi di Giacomo Puccini

Gianni Schicchi fu un Cavalcanti vissuto nel duecento fiorentino, e se Dante Alighieri non l'avesse citato nella Commedia al canto XXX dell'Inferno, probabilmente di lui la storia non avrebbe conservato nulla. Di mestiere faceva il cavaliere ma possedeva anche un'arte che ai nostri giorni l'avrebbe reso ricco e famoso e probabilmente protagonista di un talk-show della domenica sera: era uno straordinario imitatore.

Tanto bravo, tanto artista da infinocchiare notai e testimoni. Bastava chiamarlo e con pochi trucchi e la voce giusta ognuno poteva essere in due posti diversi, oppure poteva essere risuscitato benché già morto e stramorto.
Quando tal Buoso Donati il Vecchio ("tal" mica tanto perché i Donati erano una famiglia assai importante nella Firenze del duecento, ma di questo dirò poi), dicevo, quando Buoso Donati tirò le cuoia il nipote Simone Donati venne a sapere (o forse gli bastò immaginare) che dal vecchio zio non avrebbe ottenuto un fiorino. Il testamento era tutto a favore del Comune fiorentino.

Ecco una situazione dove l'arte di Gianni Schicchi poteva far buon gioco. Bastava camuffarsi da vecchio Buoso morente e con un fil di voce dettare ad un notaio il nuovo testamento.
E così andò, permettendo a Simone ricchezze e facilità mentre Gianni Schicchi, che in realtà doveva essere un tipo ben originale, si accontentò di una cavalla: insomma, se ti serve una cavalla perché prenderti un palazzo?

Prima di catapultarci tutti nel Gianni Schicchi novecentesco di Giacomo Puccini vorrei dire due paroline su quell'accenno che Dante riserva al simpatico balordo nella sua Commedia.
E' molto probabile che l'accenno sia funzionale alla sferzata ironica e spernacchiante che Dante non risparmiò a Buoso Donati il Vecchio, uno dei tanto Donati citati nella Commedia.

Dante ebbe molto a che fare in vita con i Donati, abbastanza per non aver timore a mandarne qualcuno all'inferno, visto che loro stessi non esitarono a permetterne la condanna nel 1302. Si era nel periodo della lotta fra guelfi bianchi - che facevano capo alla famiglia dei Cerchi, propugnatori di una politica autonoma - e guelfi neri - che facevano capo alla famiglia Donati, legati agli interessi mercantili del papato. Dante era fra i primi, guelfo bianco insomma.

Ho detto questo perché è scorretto pensare che Gianni Schicchi sia diventato un burlone con sani principi solo con la rilettura di Puccini e del suo librettista Forzano. Anche per Dante Schicchi fu una specie di vendicatore furbo, un Robin Hood border-line che toglie ai ricchi per dare un po' ai meno ricchi e per tenersene un altro po'.

Nella camera da letto dove si svolge tutta la scena dell'opera pucciniana in un atto, c'è il vecchio Buoso stecchito, tutto il parentado alla ricerca del testamento, un po' per trovar conferma ai sospetti che abbia lasciato tutto ai frati, un po' per farlo sparire il prima possibile. Ci sono tutti i parenti-serpenti: nipoti, cugini, cognati e acquisiti, tutti a rivendicare la loro fetta di eredità.

Il testamento viene trovato ed i sospetti confermati: il vecchiaccio ha lasciato tutto ai frati del vicino convento che, com'era noto anche a Puccini, non avrebbero lasciato nemmeno il profumo di un fiorino ai parentucoli.

Puccini non aveva gran "feeling" con le curie e già nell'opera Suor Angelica, che precede Gianni Schicchi nel Trittico di cui fa parte, aveva schizzato il suo ritratto sferzante sull'inumanità di certo mondo bigotto. Per cui non gli fu difficile trasformare il beneficiario del primo testamento dal "Comune Fiorentino" ad una congrega di frati, di quelle versate ad accogliere a braccia aperte più le borse che le anime.

Il problema in famiglia Donati ha da essere risolto. E chi meglio di Gianni Schicchi può occuparsi della faccenda?
Lo Schicchi pucciniano è comunque la figura più sana di tutto il quadretto in scena, e non abbiamo bisogno di studiare il libretto per accorgercene. Ci basta ascoltare la musica.

Avete presente la celeberrima aria "O mio babbino caro"c che la figlia di Schicchi avrebbe rivolto teneramente al padre? Quella stessa tenera ma intensa musica accompagna l'ingresso in scena, cioè nella stanza, di Gianni Schicchi. Non è il tema della figlia ma è il tema di Schicchi.

Quando il padre, resosi conto della situazione, viene colto dal desiderio di mandare tutti al diavolo e tornarsene alle sue faccende, la figlia Lauretta gli canta la sua musica, quella che sa farlo vibrare.

La figlia ha una ragione precisa per insistere affinché il padre si occupi della faccenda. E' la solita ragione: è innamorata di Rinuccio, nipote alla lontana di Buoso, anche lui lì ad aspettar la fetta; solo che a lui basta quel poco per sposare la figlia di Schicchi. Questi giovani sempre squattrinati...

Schicchi, per amor di padre, accetta e già che c'è comincia a fare qualche calcolo di convenienza.
Perché prendermi solo la cavalla se posso prendermi il palazzo? Sono cambiati i tempi!

Qual'è la sua idea l'abbiamo già detto: chiamare il notaio ed imitare il vecchio Buoso morente.
Si infila nel letto del morto senza neanche cambiar le lenzuola, si mette un cappellino in testa, prova la voce - magnifico! dicono i parenti - e poi mette tutto il plotone sull'avviso: occhio signori! Perché la legge dice che per chi si sostituisce ad altri in testamenti o si fa complice, c'è il taglio della mano e l'esilio. E per essere sicuro che abbiano capito invita tutti a guardare dalla finestra la bella Firenze (da dimenticare in caso di esilio con annesso moncherino).

Messi sull'avviso inizia la commedia. Ed è commedia spassosa, di quelle da ridere.

"Che funerale vuole? Chiede il notaro - "da due fiorini, risponde Schicchi

"Cosa lascia ai frati? - "Cinque lire! - "Ma non sono un po' poche? dice il notaro.
"Chi crepa e lascia molto alle congreghe e ai frati fa dire a chi rimane:"Eran quattrini rubati!" risponde il falso Buoso.
"Che mente, che saggezza, che lucidezza! - Commentano tutti.

"I contanti in parti uguali. - "Grazie, grazie, dicon tutti!

"Alla Zita i poderi, a Betto i campi, a quelli i beni d'Empoli, ad altri quelli di Quintole.

In realtà le cose serie devono ancora arrivare.

"Lascio la mula all'amico...Gianni Schicchi! - "Ma come, - dicono tutti! "Cosa vuoi che gliene importi allo Schicchi di una mula!

"Lascio la casa di Firenze a...Gianni Schicchi! - Dai "ma come" si passa agli "accidenti".

"Lascio i mulini di Signa a...Gianni Schicchi! - Dagli "accidenti" si passa direttamente al "Laaadrooo", mentre il moribondo falso Buoso mostra Firenze ed indica la mano

E vi tralascio il resto perché a questo punto è commedia da vivere e godere.

Il finale è tutto un lieto fine, per Schicchi, figlia e Rinuccio, s'intende, e proprio all'ultimo, rivolgendosi al pubblico, quasi per scusarsi dice:

Ditemi voi, signori, se i quattrini di Buoso potevan finir
meglio di così? Per questa bizzarria m'han cacciato
all'inferno... e così sia; ma con licenza del gran padre
Dante, se stasera vì siete divertiti, concedetemi voi...
l'attenuante

Una sola avvertenza, prima di terminare. Gianni Schicchi fu l'ultima opera completa scritta da Giacomo Puccini. Turandot, come è noto, è rimasta incompiuta. Non che vi sia una grande distanza di tempo fra il Puccini di Madama Butterfly e Gianni Schicchi. Il tempo di un operista italiano di inizio novecento correva a velocità tripla rispetto a quello di un operista tedesco: l'Italia, a fine ottocento, ancora non sapeva bene chi fosse Beethoven, figuriamoci come poteva aver assimilato Wagner o Debussy. Puccini invece imparava a velocità stellare, ed è per questo che in Gianni Schicchi, come anche nel Trittico intero, non ci sono quelle intense pagine di melodie e armonie struggenti tipiche del Puccini più popolare.

Gianni Schicchi è opera figlia di un'era nuova e musicalmente rinnovata.
Può piacere meno di Boheme, ma ogni cosa ha il suo tempo!

Quì è possibile leggere il libretto dell'opera Gianni Schicchi.

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