Arturo Toscanini tra luci ed ombre.

Arturo Toscanini tra luci ed ombre.

Di Arturo Toscanini se ne parlerà spesso, nei prossimi giorni, perché il 16 gennaio prossimo cade il cinquantesimo anniversario della scomparsa. E' un'abitudine ormai diffusissima il ricordare la morte di chicchessia con celebrazioni e manifestazioni di semi-giubilo anche se, nel caso di Toscanini, basterebbe attendere il prossimo 25 marzo per ricordarne la nascita. Vorrà dire che in questo articolo darò più spazio alle ombre su Toscanini, mentre in marzo daro spazio alle sole luci.

Ricordare Toscanini è comunque doveroso sperando che le generazioni di agiografi abbiano lasciato voce a visioni un poco più disincantate, meno devote.
Toscanini fu' grande e a tratti grandissimo. Ma non fu' esente da difetti, come tutti gli umani del resto. Lo dico perché per una certa critica novecentesca il confronto con Toscanini era e doveva essere sempre perdente: nessun direttore d'orchestra, italiano o straniero che fosse, sembrava poter competere con il genio toscaniniano. Oggi, finalmente, i riferimenti si sono moltiplicati e anche ridimensionati.

Toscanini fu un direttore dalle tante luci ma anche dalle diverse ombre. L'ombra principale fu una certa non cultura, o meglio, una certa ignoranza fondata proprio sull'ignorare quanta cultura possa sostenere e contenere l'arte musicale.
L'enorme luce, anzi il bagliore che seppe donare alla cultura musicale italiana, vittima agli inizi del novecento di un provincialismo imbarazzante, proiettava dietro di se l'ombra del vuoto culturale, abbastanza ampio da rendere molte delle interpretazioni toscaniniane di grande effetto ma poco intense, di grande forza ma di scarsa profondità.

A Toscanini si deve l'introduzione sistematica nei repertori italiani delle opere di Wagner, del sinfonismo tedesco, persino di Mozart e Beethoven. Ad un melomane di inzio secolo (XX) Beethoven era pressoché sconosciuto. Grazie a Toscanini l'Italia, ma anche gli Stati Uniti, conoscono tutto ciò che la musica era divenuta nella mitteleuropa ottocentesca. Ma la conoscono alla maniera di Toscanini, maniera che talvolta con lo stesso ottocento musicale europeo aveva pochi legami.

Lo sa chi oggi vuole avvicinare Wagner anche solo per capirci qualcosa: non è possibile orientarsi nell'universo wagneriano ignorando quale peso avessero nella poetica che lo guida, la cultura germanica antica, la mitologia germanica, l'Olimpo teutonico precristiano, l'Edda, gli Asi e i Vani, le vicende carolinge, i benedettini e il feudalesimo, Wolfram von Eschenbach con il suo Parzival, Il Nibelungenlied e i minnesänger; I concetti di destino, di tempesta di patria di vendetta, i simboli della foresta, delle tre filatrici, del fuoco e dell'oro, diventano pure invenzioni teatrali se non sondate nella loro essenza. Nel Wagner toscaniniano manca l'essenza sebbene il teatro non manchi.

Anche nelle interpretazioni del repertorio sinfonico romantico manca la poesia, e non è mancanza da poco se Schumann, ad esempio, diceva di aver imparato più da Jean Paul che dai manuali di composizione.

Tuttavia, al di là di queste ombre, risplende invece la luce di un artista che ha saputo, più di ogni altro, forse più del grande Giuseppe Verdi, riportare l'Italia ad un livello musicale artistico rispettabile.
Per decenni Verdi aveva tentato di ricostruire il tessuto dell'opera italiana riconiugando il dramma alla musica, spezzando cioè quel dominio da baraccone che i cantanti e lo star system belcantistico avevano messo in piedi, con l'appoggio popolare ovviamente. Verdi ci provava, ma solo con l'aiuto di Toscanini ci riuscì. Fu più Toscanini che Verdi ad avere il coraggio di raddrizzare la ciurma di ululanti che popolava i palcoscenici dell'epoca.

Si fece amare ma anche odiare per questa sua inflessibile determinazione: chi lo odiò perse la battaglia contro l'arte, poiché Toscanini stava dalla parte dell'arte.
Capì prima di tutti gli altri che il nuovo doveva essere accolto e sostenuto sia che fosse autentico nuovo, sia che fosse nuovo solo per il pubblico italiano. Comprese Wagner a tratti, come già detto, ma lo amò e lo fece amare. Non comprese del tutto Debussy ma lo fece conoscere lo stesso. Intuì il genio di Puccini e diede il giusto spazio ad altri musicisti importanti di fine ottocento ingiustamente esclusi dallo star system dei teatri d'opera.

Ebbe pure qualche fortuna perché nacque in un momento storico dove nonostante un carattere burbero, poco disponibile al compromesso e ancor meno al benché minimo ripensamento, ottenne ugualmente porte aperte e ampie occasioni.
Toscanini pretendeva molte prove, e giustamente. Si provi oggi un direttore, giovane o meno giovane, a pretendere più del minimo di prove consentito per montare qualsiasi opera o programma. Ci sono orchestre superblasonate che fanno una prova e subito il concerto. Toscanini impiegava una prova per predisporre psicologicamente l'orchestra al suo dominio assoluto!

Nel ricordo di Toscanini troverà sicuramente spazio l'accenno al suo leggendario antifascismo, antinazismo e antidittature in genere. Tutto vero e pure encomiabile. Anche se Toscanini, come pure Verdi, era anche un poco anti-italiano, nel senso che quando pensava all'Italia ne pensava spesso come un paese di irrecuperabili incivile ed incolti (della cultura che piaceva a lui comunque).
Non per nulla (visto che si ricorda la sua morte) rammento che morì a Riverdale, New York.

Avevo detto che oggi avrei parlato solo delle ombre su Toscanini. Mi sono scappate anche delle luci!

Significa che le luci sono molte più che le ombre.

La prossima a marzo.

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