Dirigere un'orchestra

Dirigere un'orchestra

Chi non ha mai sognato, almeno una volta nella vita, di dirigere un'orchestra, di salire sul podio del direttore d'orchestra, cominciare a muovere le braccia e tirarsi dietro un'intera orchestra; magari dirigendo il proprio brano preferito. E' un desiderio ricorrente che talvolta può diventare realtà.

Magari invece di un'orchestra inizialmente l'occasione sarà offerta da un coretto, o una banda, oppure un piccolo complesso strumentale. Ad ogni modo oggi è più alla portata di tutti sperimentare una delle esperienze musicali più emozionanti che vi siano: dirigere un gruppo orchestrale.

Prima di addentrarci nel come affrontare un'intera orchestra è bene porre l'attenzione su di un paio di requisiti senza i quali non è consigliabile nemmeno tentare per scherzo l'esperienza.
Innanzi tutto è necessario saper leggere molto bene la musica, talmente bene da riuscire ad immaginare nella propria mente, anche quando l'orchestra non c'è, come dovrebbe suonare la partitura che si ha davanti.

Il compito del direttore non è il battere un tempo senza badare a cosa venga fuori, ma è avere un'idea musicale, un'idea interpretativa e cercare di renderla musica con l'aiuto di altri musicisti.
Non è molto differente dal pensare un brano per pianoforte, per chitarra o per qualunque altro strumento e poi mettere in pratica ciò che si è pensato direttamente allo strumento.
Anzi, è del tutto uguale, con l'unica differenza che l'idea la si dovrà realizzare con la collaborazione di altri musicisti, con il loro strumento e - qui sta il problema - con la loro idea musicale.
Attraverso le indicazioni verbali che il direttore da' durante le prove e attraverso la gestualità (sempre più importante) il direttore riesce a trovare il giusto compromesso fra le sue idee e quelle dei musicisti.
Se il direttore non ha idee e si limita a battere il tempo è un cattivo direttore e i primi ad accorgersene sono gli orchestrali, tra uno sbadiglio e l'altro.
Tutto ciò per ribadire che saper leggere attentamente una partitura è essenziale.

Il secondo requisito è la personalità, cioè la capacità di porsi davanti ad un gruppo di persone riuscendo ad instaurare un rapporto di reciproco rispetto personale e dei ruoli.
In linea di massima qualunque direttore davanti a qualunque orchestra viene sempre considerato un po' come il capo, che ha il potere di dire agli altri cosa devono fare. Ho visto di persona grandissime orchestre rimbrottare sottovoce grandissimi direttori. Credo che sia una dinamica normale.

Tuttavia gli orchestrali si aspettano che il direttore faccia il direttore, o il capo, per semplificare, cioè che esprima un'idea musicale trovando soluzioni per applicarla. Il direttore deve sempre porsi nella posizione del "creatore di soluzioni", senza mai pretendere che ai problemi facciano fronte gli orchestrali per proprio conto.
Un direttore autorevole, carismatico, chiaro, deciso e brillante sarà vittima dei normali rimbrotti. Un direttore poco carismatico, che appena si presenta un problema lo getta sulle spalle degli orchestrali sarà spernacchiato e non riuscirà ad ottenere quasi nulla di ciò che chiede: da evitare assolutamente.

Stabilito di poter disporre di questi requisiti si deve acquisire quel bagaglio tecnico minimo per comunicare "a braccia" con gli orchestrali.
Nonostante a prima vista sembri che ogni direttore abbia una sua propria gestualità, in verità tutti basano la propria tecnica su schemi precisi, standardizzati e comprensibili universalmente da qualunque musicista.
Questi schemi si imparano studiando con un maestro, oppure osservando i grandi direttori d'orchestra.

Imparati gli schemi, il primo vero impegno per chi voglia condurre un insieme di orchestrali è l'eseguire i famosi "attacchi" cioè l'indicare al complesso, con un gesto, quando e come iniziare un brano.
Esistono attacchi semplici, alcuni più difficoltosi altri difficilissimi. Nell'attacco il direttore deve comunicare molte cose e deve essere abile di farlo in quel movimento che precede l'istante in cui l'orchestra comincia a suonare. Quel movimento si chiama "levare".

Uno dei miei maestri di direzione d'orchestra sosteneva che tutta la tecnica del direttore consiste nella cura dei "levare". Ed in parte aveva ragione.
Anche per i "levare" esiste una tecnica, ma è più difficile da insegnare: addirittura si potrebbe sostenere che se un aspirante direttore non "sente" il levare come sua capacità innata, probabilmente non è adatto a fare il direttore. Il levare deve indicare il tempo di esecuzione, la dinamica ed il carattere dell'attacco. Oggi sono a disposizione di tutti innumerevoli video, anche in rete, dai quali si può imparare quali gesti facciano i direttori per attaccare, o per cambiare tempo (tecnica simile a quella dell'attacco).

Osservare e studiare i video dei grandi direttori è utilissimo ed è anche un mezzo per comprendere quale importanza abbia il ruolo di direttore nell'interpretazione di un brano.
Una volta assimilati gli schemi fondamentali e acquisito dimestichezza con gli attacchi, sarà infatti importante imparare a comunicare con i gesti, indicando sonorità e dinamiche ed evocando le diverse situazioni espressive e drammatiche. In tutto questo sta in effetti ciò che si definisce "interpretazione".

L'interpretazione nasce solo con lo studio, che non è limitato al predisporre il come attaccare, quali tempi scegliere e come è strutturato il brano, ma deve necessariamente spingersi fino ad una vera e propria simbiosi con il brano stesso: nel momento in cui il direttore dirige un brano musicale è un po' come se lo riscrivesse, lo reinventasse. Per ottenere una tale simbiosi il direttore deve dedicare parte del proprio studio alla conoscenza di tutto ciò che ha mosso il compositore verso la composizione di quel brano specifico, del momento storico, delle idee musicali e non musicali del compositore, delle interpretazioni che i grandi direttori hanno già proposto per quel brano.

Tutto ciò dovrebbe contraddistinguere il lavoro di qualunque musicista, strumentista, cantante o direttore che sia, ma il direttore ha l'obbligo di compiere questo processo di apprendimento, a causa del suo ruolo di "catalizzatore" delle diverse idee interpretative che ogni orchestrale ha del brano.
Se venti, trenta, cinquanta o cento musicisti decidono di affidarsi alla guida di un direttore, questo ha l'obbligo di porsi ad un livello di "competenza interpretativa" superiore a quella di ciascun orchestrale. E' in questa competenza che risiede il vero ruolo del direttore.

Ricordo che qualche anno fa, durante un corso di direzione d'orchestra tenuto da Gustav Kuhn a Milano, uno degli orchestrali (non allievo del corso) scommise che senza grandi problemi sarebbe salito sul podio e avrebbe diretto il primo tempo di una sinfonia di Beethoven , adducendo così che il dirigere è qualcosa che chiunque può fare senza preoccupazioni. In effetti andò sul podio e diresse. Vinse perciò la scommessa, ma dimostrò anche quale può essere il più grande e clamoroso errore che un direttore potrebbe commettere: dirigere come fosse un metronomo umano, senza che una vera idea interpretativa fosse stata imposta al suo sbracciare.
Ovvio che un orchestrale possa dirigere una sinfonia di Beethoven, anzi mi preoccuperei se non ne fosse capace. Ma dirigere è un'altra cosa, e purtroppo molti direttori pare non ne siano consapevoli.

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