Famiglie e nonni

Famiglie e nonni

Questa mattina, dopo aver accompagnato mio figlio alla scuola elementare, ho allargato il giro e sono passato davanti alle scuole medie e a quelle superiori. Volevo vedere le facce dei giovani, captare qualche loro discorso.
Un giro veloce, ma sufficiente per accorgermi che i nostri giovani non sono affatto vuoti o ameni come qualcuno li vuole dipingere. I loro sguardi hanno una sola ombra: sembrano non avere percezione del futuro, del loro futuro. Sono come navigatori che imparano la rotta facendola.

Ed è curioso che ciò accada in una società che trabocca di anziani colmi di esperienze, di storie da raccontare, di possibili vie da suggerire. Il problema è duplice: da una parte la distanza fisica fra giovani ed anziani si è fatta spesso enorme, ed in questo senso l'argomento da trattare investe, guarda caso, il concetto di famiglia; dall'altra parte si è creata una pericolosa e ingiusta diffidenza fra giovani ed anziani: i primi ritengono gli anziani incapaci di cogliere i cambiamenti che hanno via via mutato i modelli di vita; i secondi ritengono i giovani oziosamente dipendenti da stereotipi ludici ed inutili.

Il primo aspetto del problema è tuttavia preponderante. Da giorni non sentiamo altro che difese di modelli famigliari a tre: padre, madre, prole, in opposizione alle nuove tendenze che vorrebbero scardinare questo equilibrio. Ma siamo proprio certi che nella storia della famiglia il modella a tre sia stato preponderante? I nonni che fine hanno fatto nella teoria della famiglia?

Dalla rivoluzione industriale ad oggi, e soprattutto lungo il secolo breve, l'organizzazione sociale ha subito un grosso cambiamento.
Un tempo le famiglie non erano uno "stato di famiglia" ma erano un nucleo fondativo della vita sociale degli individui che vi appartenevano. Gli adulti rappresentavano la forza lavoro, il motore economico della famiglia; i figli erano il futuro della famiglia stessa; i nonni erano l'esperienza, i veri ed autentici portatori del "testimone " simbolo del flusso della vita.
Il rapporto sociale più intenso che i figli avevano all'interno della famiglia, lo avevano con i nonni e la madre. Il padre lo si vedeva i giorni di festa.

Poi l'avvento dell'industrializzazione, delle grandi città, del lavoro a migliaia di chilometri da dove si nasceva, ha portato a sfaldare questo equilibrio e l'effetto più devastante è stata la rottura del vecchio modello famigliare a quattro: nonni, padre, madre, figli.
Gli anziani non sono solo i veicoli dell'esperienza ma anche i portatori sani di una moderazione che è stata per millenni la luce dell'ottimismo; per i giovani rappresentavano la voce pacata, sorniona, capace di annacquare gli spettri delle fantasie giovanili.

Io ricordo mia nonna materna ( che pur abitando a qualche chilometro da casa mia ho frequentato molto) come un modello di furba pigrizia, di spirito lievemente trasgressivo, di moderazione ad oltranza. Pur quando si accapigliava con mia madre (nel normale rapporto madre figlia), era mia madre a prendersi il mal di stomaco. Mia nonna mi prendeva per mano, mi portava in cucina, tirava fuori dal congelatore due ghiaccioli e diceva: "facciamoci un bel ghiacciolo in santa pace".

Probabilmente mia nonna non avrebbe mai aperto un blog, e nemmeno ne avrebbe letto gli articoli (non lo fa nemmeno mia madre oggi). Mi ricordo che fino agli ultimi giorni mia nonna pretendeva di vedere il televisore in bianco e nero, perché diceva che i colori le facevano venire il mal di testa.

Ma erano proprio queste resistenze al futuro, e la difesa del proprio mondo da parte dei nonni, che andavano a formare il "senso del tempo" dei giovani. Oggi per un giovane la novità arriva dai media o dagli amici, e va a riempire uno spazio vuoto, dove a loro sembra non ci fosse nulla prima. I genitori oppongono talvolta un divieto formale, ma non difendono ciò che c'era prima in quel posto occupato dalla novità.

Il telefonino non è un oggetto che inventa la telefonia, o la comunicazione: la facilita ma non la inventa. Un nonno potrebbe raccontare di ciò che c'era prima del telefonino, giusto per non far credere al giovane che in quell'oggetto ci sia tutto il futuro, tutto l'inventabile, tutto il possibile.
Potrebbe raccontare delle ringhiere; delle cartoline con dietro i racconti di vita; delle lettere a cui si affidavano speranze d'amore o di lavoro; della lettere portate al capotreno e della meravigliosa macchina di comunicazione che un tempo rappresentavano le stazioni ferroviarie; delle fotografie fatte con grosse macchine fotografiche, stampate su carta opaca e mandate dal padre in guerra o che lavorava a chilometri di distanza.

Chi l'ha detto che tutto ciò è "retorica del vivere"? E' invece più concreto lasciare che i giovani crescano educati da Mtv, e gli anziani, dall'altra parte trascorrano il tempo in improbabili università della terza età?

Il senso del futuro scaturisce dal contatto con il vissuto, con il passato, con l'esperienza. Concepire un'idea sul futuro comporta la maturazione di un senso del tempo che parta dal passato e si proietti verso il futuro. I nonni, nella famiglia, erano i testimoni vivi del passato, pur con le loro ritrosie ad accettare il presente, ritrosia che nasce dal fatto che nella solitudine il loro futuro si perde nella malinconia. I nipoti vicini ai nonni erano il futuro degli anziani, erano le loro nuove vite, le proiezioni della loro esistenza ed esperienza in una prospettiva che va oltre la vita dei singoli.

Qualche giorno fa sono venuto a conoscenza di un movimento di pensiero che medita sulla possibilità scientifica di passare il contenuto del proprio intelletto ad altri, introducendo così l'immortalità della mente. Idee fantascientifiche che prendono corpo dall'accantonamento dei processi di trasmissione del sapere e dell'esperienza tradizionali.

Se si pensasse alla famiglia non solo come uno "stato civile" ma come una catena ereditaria dove almeno le tre generazioni che vivono insieme (oggi spesso sono addirittura quattro) possano essere tutelate nella loro unità, nella loro potenzialità quali veicoli di sapere e di vita, ne beneficerebbero sia i giovani che gli anziani.

E se magari i nonni che ci governano governassero un po' meno e raccontassero un po' di più della loro vita sarebbe veramente una bella cosa.

Penso ad Andreotti, ad esempio. Chissà se ai suoi nipoti racconta tutto ciò che non vuole raccontare a noi...

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