Crisi: Exit Strategy 1, Il lavoro

Crisi: Exit Strategy 1, Il lavoro

Le crisi sono momenti cardine nelle storie sociali ed economiche. La crisi del 1929 cambiò le sorti di gran parte del pianeta. La previdenza pubblica, come la conosciamo oggi, così come la partecipazione statale in alcuni settori dell'economia, furono effetti positivi di quella crisi. Ma anche il Nazismo in Germania si formò sulle ceneri provocate dalla grande depressione. La crisi petrolifera del '73 sensibilizzò tutti i paesi europei sul tema del risparmio energetico anche se con effetti diversi su ciascun paese. Persino "tangentopoli" avrebbe potuto cambiare qualcosa di questa nostra Italia se la plutocrazia italica non avesse riammesso in breve tempo tutti i metodi da prima (e unica) repubblica. Ecco però uno spunto interessante: una crisi non può risolversi utilizzando i vecchi metodi. Si possono mantenere gli obiettivi, ma nel modo di perseguirli bisogna cambiare qualcosa.

Gli obiettivi principali sono comuni a persone, aziende, comunità, stati fino all'intero l'intero globo: consentire a ciascuno di compiere la propria esistenza dignitosamente, in libertà, in armonia con l'intero universo, sognando e cercando di realizzare i propri sogni, amando riamati e accarezzando con lo sguardo e con i sensi il più possibile delle meraviglie e del bello che il vivere può donare.
L'essere umano cerca tutto ciò da che ha ragione, scervellandosi sui metodi per raggiungere questi obbiettivi. Negli ultimi secoli la ricchezza è diventata sinonimo di benessere anche se non sempre inseguire il danaro ha preservato la dignità. Anzi: talvolta la ricchezza di alcuni ha provocato e provoca l'umiliazioni di altri. Tuttavia i metodi di livellamento sociale, di ripartizione forzata della ricchezza si sono rivelati inattuabili perché in contraddizione con l'istinto di ciascuno di "evolversi". I sistemi liberali invece, non senza problemi, si sono mostrati più adatti ad accompagnare l'uomo verso una naturale evoluzione e verso un maggior appagamento dalla vita. Cosa c'è da cambiare allora? Uno dei punti cardine secondo me è la revisione totale dell'etica del lavoro. E' il lavoro, la sua disponibilità, il suo peso nell'esistenza dell'individuo, il suo modo di essere interpretato da tutti gli attori, il suo rappresentare il motore dell'evoluzione umana, a dover essere rivisitato nei metodi. Questa crisi non è una vera crisi economica; è una crisi sociale che si manifesta nella più grande sfiducia nel futuro dal dopoguerra. Il tema del lavoro è, secondo me, uno dei temi dominanti di questa crisi.

Il lavoro non è ne' un diritto ne' un dovere. Ogni essere umano lavora, persino un bambino mentre studia. Lavora chi si occupa delle faccende domestiche, chi segue i figli, chi sistema la propria casa perché forse momentaneamente disoccupato. Il diritto invece è percepire il riconoscimento economico del proprio lavoro se questo è prestato a beneficio di altri. E' un dovere remunerare il lavoro che altri fanno a proprio beneficio. Cambierei il primo articolo della costituzione italiana in : "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul RICONOSCIMENTO del Lavoro. Poi si può discutere sul "quanto" riconoscere il lavoro, ma per ora mi accontenterei se il principio per cui ad un lavoro prestato deve corrispondere una retribuzione venisse universalmente riconosciuto. Oggi non è così. E la sfiducia da parte di lavoratori e aziende risiede proprio nell'insicurezza di vedere pagato il proprio lavoro.
Se un'azienda vende il proprio prodotto e questo non viene pagato, subisce lo stesso danno del lavoratore che presta il proprio lavoro per quell'azienda ma non viene remunerato. Da tempo si è insinuato nell'etica del lavoro il tarlo per il quale la remunerazione può non essere dovuta sempre, ineluttabilmente. Nella mente attaccata da questo tarlo nasce la paura che anche i propri clienti possano fare altrettanto. Ecco la sfiducia! Il ragionamento può apparire banalizzante, ma spesso le cose più incredibili si sviluppano nello spazio del "banale".

Il lavoro consiste nell'apportare il proprio contributo di competenza, di esperienza, di ingegno e fantasia alla comunità e di conseguenza all'intera società globale. Presupposto perché ciò avvenga è che ogni individuo possa esprimere il meglio di se, facendo semplicemente ciò che sa fare meglio. Ognuno di noi ha una peculiarità che lo rende unico nell'universo. Platone sosteneva che ciascuno di noi possiede nella propria anima, sin dalla nascita, un disegno che farà da guida lungo tutta l'esistenza. Dirottare da questo disegno, fare diversamente da ciò che si è, privilegiare l'avere all'essere crea una frattura insanabile che finisce col provocare infelicità, depressione, sfiducia e scarsi risultati. Senza scomodare la filosofia è chiaro che le persone giuste nel ruolo più pertinente garantiscono risultati sicuramente migliori rispetto al contrario. Purtroppo da decenni si è voluto imprimere nella mente dei giovani un concetto diverso: quello di andare dietro al lavoro che c'è, con il risultato incredibile che alcune fasce professionali si sono saturate mentre altre sono alla ricerca costante di professionalità. Quando avevo vent'anni una quantità incredibile di giovani si infilava nelle aule di medicina perché era il lavoro del momento. Chi si fermava alla maturità sognava il posto in banca. Chi mirava alla libera professione si iscriveva a Economia e Commercio per diventare commercialista. Risultato venticinque anni dopo? La professione medica è piena di precariato; in banca ci sono esuberi ovunque; i commercialisti cominciano a piangere. Mancano gli ingegneri, i geologi (in un paese geologicamente dissestato), gli artigiani, e tutta una serie di altre professioni dalle quali, sono certo, molti di quei giovani che hanno scelto il "buon lavoro" rispetto alle proprie attitudini avrebbero tratto maggiori soddisfazioni economiche e personali; e la comunità intera ne avrebbe beneficiato. Il tema dell'orientamento, del recruiting e della collocazione al lavoro è cruciale nel prossimo futuro. Servirà cambiare alcuni modelli ormai obsoleti.

L'occupazione non deve essere la vita intera di una persona. E' necessario che ogni individuo disponga di tempo, risorse ed energie mentali per vivere tutte le altre esperienze che costituiscono l'esistenza. Ciò anche per il bene della società intera. La fiducia nel futuro, la disposizione ad evolversi, il riuscire ad esprimere il meglio di sé in ciò che si fa sono strettamente legate alla consapevolezza di non far parte di un ingranaggio, dove la propria individualità si perda diventando tutti numeri senza identità. La personalità di ogni individuo è costituita dall'intera esistenza, lavorativa e privata, relazionale ed affettiva.
Se accettiamo l'idea che questa crisi sia fondamentalmente legata alla sfiducia nel futuro, si deve intervenire offrendo ad ogni individuo una prospettiva che abbia al centro la qualità della vita.

Sono temi su cui attorno ai quali si stanno mobilitando molte risorse ed iniziative, perché è sicuro che dalla crisi si uscirà solo se cambieranno alcuni metodi fondamentali.

Sul lavoro ci sarà molto da meditare.

Federica (non verificato)
Caro Gremus, anche questa volta ho occasione di gustare il tuo equilibrio e la tua saggezza. Condivido il tuo pensiero: il punto nodale è il riconoscimento, anche e soprattutto economico, del lavoro. Mi è capitato qualche anno fa di ascoltare un rappresentante sindacale che rivendicava la dignità di lavori considerati umili, e mi sono naturalmente chiesta se qualcuno si prendesse la briga di rivendicare la dignità di chi svolge lavori non considerati umili (magari mansioni che richiedono una preparazione professionale particolare), senza però godere del diritto ad una retribuzione. Ne ho conosciuti molti, tanti sono stati miei compagni di studi. Io sono fortunata, sto cercando di aprirmi una strada e pian piano comincio a farcela, facendo conto sulle mie forze, costruendo pian piano una credibilità che le persone apprezzano. Ma la strada è difficile e tante volte ci si sente soli. Molti in effetti lo sono. Davvero abbiamo molto bisogno di tornare a credere che sia possibile sognare.
gremus
Cara Federica,la strada che tu ti stai costruendo è quella giusta. Proprio ieri sera ho scritto un articoletto su un saggio di Bauman dove dice che credere in un progetto e avere la forza di portarlo avanti, mediando, faticando ma perseverando, e con la forza di imparare sempre, è l'unica via per sfuggire all'effimero. Ci si sente soli talvolta...lo so bene! Però i sognatori (quelli veri, perchè alcuni lo sono solo a parole...)non sono nemmeno pochissimi. Tra i fedelissimi di Gremus io so che ce n'è più di uno! A presto Federica, Ciao

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