L'amore vero

L'amore vero

Amore, amore, amore vero. Non c'è canzone che non ne parli, libro che possa tacerlo, morale che possa ignorarlo. Eppure definire cosa sia davvero l'amore è difficile.

Se lo si dovesse fare misurando la frequenza retorica con cui lo si vede anelato o citato potremmo concludere che l'amore è il più condiviso fra i valori. Se invece si dovesse apprezzarlo per quanto se ne vede in giro dovremmo dedurre che l'amore è una grande illusione, un mare di parole che si asciuga al primo contatto con il mondo reale.

La verità, più verosimilmente, sta nel mezzo: l'amore è volontà e azione manifesta insieme, sia che si tratti di amore coniugale, che di amore fraterno, che di amore per l'arte, per la natura per l'universo intero. L'amore non è un "senso" ma una sostanza da esprimere. Tenere l'amore tutto per se è pressoché inutile oltre che renderlo così esposto, molto spesso, alla degenerazione.

Preferisco ragionare partendo da un teorema di fondo: l'uomo ha BISOGNO di amore a prescindere da quanto sia in grado di amare. L'amore di cui ha bisogno l'uomo è di natura varia e mutevole. Cambia a seconda delle età, delle pulsioni, degli interessi, dei contesti di vita e della salute. Un tratto accomuna però tutti questi tipi di amore diversi: l'amore deve essere portato da altri umani, da altre persone che fanno del loro stato emotivo non un fine ma un inizio di un atto d'amore.

In un libro a tratti interessante, (L'arte della felicità: Dalai lama con Howart C. Cutler) lo psicologo intervistatore del Dalai Lama cerca di dimostrare quanto il bambino appena nato sia già un portatore sano di piacere e gioia per gli altri. E nessuno potrebbe contraddirlo. Ma proviamo ad immaginare due scenari drammaticamente diversi: quello in cui il bambino sin dalle prime ore dimostri cattiveria e odio verso la madre (evento pressoché impossibile), e quello invece in cui la madre si ponga in una posizione d'odio verso il bimbo. Quale dei due scenari sarebbe più distruttivo? Il bimbo presumibilmente cambierebbe stato d'animo dopo la prima poppata e poi... suvvia, è uno scenario impossibile!

Ma non è l'amore che rende questo scenario improbabile, non è una volontà emotiva che spinge il bimbo verso la madre: è semplicemente l'istinto; quello di ritrovare il corpo che l'ha custodito per nove mesi, quello di ritrovare il calore umano, quello di trovare conforto e cibo. Il bimbo va a cercare l'amore di cui ha necessità. Nello scenario dove è la madre a negarsi al bambino, purtroppo tutt'altro che improbabile, la madre decide, spinta da una quantità di ragioni la cui analisi esula dal tema di questo articolo, di sospendere i suoi atti d'amore verso il bambino. Se non ci fosse qualche altro essere umano, maschio o femmina che sia, a offrire il proprio amore a quel bimbo (al di là del cibo), quel bambino ne uscirebbe devastato, per sempre.

Tutti gli esseri viventi sono bisognosi di amore. Anche il cagnolino della casa accanto che abbaia ormai per sei ore al giorno: il tempo in cui si ritrova da solo. L'essere umano nasce perciò bisognoso d'amore umano: il ricevere amore è una necessità vitale; il darlo una possibilità. Purtroppo un insieme micidiale di culture, credenze, egoismi, tabù, codificazioni di amori possibili ed altri impossibili, di amori permessi ed altri vietati, di amore visto come una vergogna da tacere e possibilmente da reprimere, ha reso la trasmissione di amore praticamente imbrigliata da nuvole di interferenze interiori ed esterne: amare oggi è bello in teoria ma quasi indecente in pratica.

Voglio sgombrare subito il campo da un equivoco: non mi riferisco all'amore sensuale, quello carnale, quello concupiscente, sia esso eterosessuale che omosessuale. L'amore di cui sto parlando è quello che va dall'amore materno fino alla passione emotiva, quello che ci fa pensare intensamente ad una persona, al personaggio di un film o di un libro, ad un brano musicale e a tutto ciò che è in grado di agitare le passioni. Le passioni possono essere provocate anche dalla natura, disposta per l'uomo da chi, a seconda delle convinzioni religiose o laiche, ha concesso con evidente amore tanta bellezza a disposizione dell'umanità.

Chi lo ha fatto ha semplicemente deciso che l'uomo ha bisogno di amore, forse più che del pane. Ciò che non è natura è invece dominio degli umani. A loro è demandato il compito di creare amore, di amare, di esprimere il loro amore alle persone di cui sono circondati.
L'amore da' felicità, più della ricchezza, più della salute stessa. Ma quanta felicità è concessa all'uomo? E qui entriamo in un antro oscuro e pericoloso. Già secondo una certa filosofia ellenistica, e poi giù giù fino a Freud (passando attraverso periodi dove il solo ridere era considerato sconveniente, figuriamoci l'amare), l'uomo ha sempre cercato con tutto se stesso la felicità ma tradizioni e morali ostili l'hanno sempre ridotto alla schiavitù della afflizione perenne.

L'infelicità di un individuo viene preferibilmente sedata attraverso il processo di "spartizione" dell'infelicità: l'infelicità individuale diventa infelicità comune, universale, pertanto più tollerabile. Più l'uomo è infelice e più ne guadagnerà altrove, e da qui, pensare che meno amore dai al prossimo più lo spingi verso la redenzione il passo è quasi immediato. E poco conta che invece di amore se ne parli a profusione in quasi tutte le credenze e tradizione umane, poco conta che l'universo sia naturalmente disseminato di opere d'amore grandiose, poco conta se gli stessi mortificatori del piacere, della felicità, dell'amore e perfino della carne poi santifichino chi dell'amore si è fatto paladino.

La distruttività umana, il prevalere delle emozioni distruttive, il "grande amore per la guerra" come lo definisce Hillman, la rabbia, l'odio, le gelosie e le invidie, la cultura del sospetto e della dietrologia, nascono tutte, invece, dall'atrofizzazione dell'esprimere amore. L'amore è tollerato dove è permesso (fra ragazzi, in famiglia, per il cane o il gatto, per un fiore o per il divino); è invece sconveniente se espresso fuori da questi canoni imposti. Certo, le parole hanno ormai un peso semantico che non si può eludere. Per cui se io dico a una mia amica "mi sono innamorato di te", la stessa mia amica mi guarda subito male (o bene..)!

Nell'accezione ormai generalizzata utilizzare la parola "amore" fra individui può significare mettere sull'allerta tutti i recettori ormonali possibili immaginabili. In verità dipende dai contesti. L'uso della parola amore indica, in certe situazioni, una declinazione particolare della carica emotiva che si prova verso una persona, ma non sempre. A me piace usare la parola "amore" quando desidero apprezzare una persona, il suo pensiero, il suo carisma. L'ho espresso diverse volte direttamente alle persone stesse, provocando grande felicità emotiva in chi riceveva ciò che esprimevo. Gli ormoni se ne rimanevano calmi.

Però, per chi sentisse la lingua incastrarsi in lacci e catene al solo pensare alla parola amore, ci si può anche esprimere altrimenti. Ci sono persone che fanno davvero fatica ad esprimere i loro sentimenti, a prescindere dalla loro forza emotiva. Conosco sempre più individui talmente incatenati nella loro paura ad esprimersi emotivamente, da preferire di gran lunga non ricevere affetto, per non dover essere costretti a ricambiarlo.

Per anni, quando ancora il mio "clan" familiare si riusciva a riunire tutto in una stanza, ci si ritrovava a fare il pranzo di Natale tutti insieme, invitando anche qualche persona amica. Un mio caro zio, generoso e molto affettuoso al di la' dei modi un po' burberi, si presentava con un regalino simbolico per tutti, parenti o amici che fossero, talvolta a lui sconosciuti. Portava per precauzione qualche regalino in più. Piccole cose, e tutti noi accettavamo il regalino con parole di sentito affetto di apprezzamento per il gesto carino, ed erano le nostre parole di affetto che a mio zio davano felicità.

Una signora amica era incapace di esprimere queste parole, anzi, la situazione le creava un autentico disagio. Il suo problema era non poter ricambiare con un oggetto di pari valore. Nessuno di noi ricambiava il regalo perché sapevamo che non era ciò che lo zio cercava. Il primo anno la signora fu colta di sorpresa. Il secondo anno seppe che lo zio non sarebbe potuto venire al pranzo, per cui venne tranquilla. Invece, facendo una sorpresa a tutti, lo zio si presentò un poco più tardi, con la sua serie di regalini. La signora si chiuse in bagno, ebbe presumibilmente una crisi isterica, uscì, prese il suo regalo, a fatica disse un grazie ma poi, per gli anni successivi, non venne più al pranzo. Il bello è che mio zio, l'anno dopo, chiese di lei e si dispiacque per la sua assenza. Lui non si era accorto del suo dramma. Nella massa di venti persone che lo ringraziavano rendendolo felice gli pareva che ci fosse anche il ringraziamento della signora.

La difficoltà nell'esprimere emozioni, affetti e sentimenti è più dovuta alla paura di come il mondo circostante possa giudicare quell'atto d'amore, piuttosto che dall'effetto che esso ha su chi esprime e su chi riceve l'atto. Il problema che meno si esprime affetto più si perde la capacità di farlo senza imbarazzo. E' come se si atrofizzasse il "muscolo" dell'amore. Riuscire a limitare l'invadenza del "giudizio popolare", i freni controllati da quell'immenso sistema di catene che le credenze hanno calato nel nostro pensare quotidiano, può significare ritrovare un rapporto più sincero, armonioso e affettuoso con tutto il mondo che ci circonda. Come fare?

Qualche esempio. Sorridere di più, fare un complimento, telefonare per primi ad una persona a cui si pensa, esprimere affetto con parole ed attenzioni, invitare le persone a casa propria ma anche accettare gli inviti che altri ti fanno, legare alle parole affettuose anche dei gesti altrettanto affettuosi, essere disposti ad aiutare ma avere anche quella particolare e magnifica dote di chiedere aiuto a qualcuno a cui si vuole bene anche se forse non se ne avrebbe bisogno, di quell'aiuto. Amare il prossimo significa dare tanto amore quanto si vorrebbe ricevere.

Un comandamento cristiano recita "ama il prossimo tuo come te stesso". Innanzi tutto bisognerebbe che molte persone imparino ad amare se stesse, le proprie emozioni, la propria bellezza esteriore ed interiore, la propria unicità e la propria capacità di sviluppare amore. Chi si ama davvero non nasconde nulla a se stesso; non dice, tutte le volte che rimane affascinata da un'altra persona, "non è vero perché così non deve essere". Chi ama davvero se' stesso, se prova un sentimento per un altro individuo lo percepisce chiaramente e smetterebbe di amarsi nell'esatto istante in cui mortificasse questo suo naturale ed umanissimo sentimento.

Amare il prossimo come se stessi significa non mentire nemmeno al prossimo, significa esprimere quell'affetto, esternarlo, renderne partecipe il prossimo, facendolo così felice.

Sabato scorso ero a far compere in un grande megastore milanese. Alle 10 del mattino arrivo di fronte ad una commessa. Avevo con me mio figlio. Questa commessa, giovane ma con un viso triste, riusciva a farsi cadere di mano qualunque cosa toccasse: oggetti, carte di credito, penne. Mio figlio rideva. La commessa, con gli occhi bassi e seria, disse:

" mi scusi ma questa è una mattina nera: tutto mi cade dalle mani".
Io risposi:"c'è un detto che dice che ogni volta che ti cade qualcosa dalle mani qualcuno ti ha pensato".
Lei replicò:"non è possibile: a me non pensa mai nessuno".
"Non è vero, dissi io, le cadono un sacco di cose!
"Sono io che sono una frana, insistette lei.
"Le dico che qualcuno la pensa e se vuole glielo provo. Le prometto che io oggi la penserò prima di pranzo, a metà pomeriggio e prima di cena. Vedrà che qualcosa le cadrà proprio quando io la penserò.
"E se poi non mi cade niente, disse lei finalmente guardandomi negli occhi e con un sorriso nascente.
"Be'! Siccome abito lontano può darsi che ci sia qualche difficoltà di comunicazione. Però io le assicuro che la penserò. La commessa mi fece un sorriso emozionante e diede pure un bacio a mio figlio. Anche per me la giornata è stata poi gradevole.
Naturalmente mantenni la promessa e pensai alla commessa.

L'amore è uno scambio: basta allentare le catene.

IO (non verificato)
Complimenti per il sito. Ho letto con attenzione questo post, e volevo dirti che sei fortunato... vorrei avere io uno zio come il tuo! Sicuramente una persona con cui passare del piacevolissimo tempo ad ascoltarlo per ore e ore... Me lo presti? :-)
gremus
Cara IO. Ti ringrazio davvero per i complimenti. Per quanto riguarda lo zio te lo presterei se non fossi un pizzico geloso degli IO che incontro! :-)
IO (non verificato)
Caro Gremus, se mi presti lo zio, ti prometto di pensarti ogni 6 ore appena iniziano a caderti cose dalle mani! Meglio così?
gremus
Cara IO, mi è appena caduta una matita. Spero sia già opera tua!
IO (non verificato)
Caro Gremus, sono riuscita a superare le difficoltà di comunicazione... lo sapevo che avevi ragione...
gremus
Cara IO dividerò la felicità per questo tuo traguardo con lo zio! :-)
IO (non verificato)
Spiritoso... io ero seria quando ti ho chiesto di imprestarmi lo zio, per via anche dell'esperienza di cui trattavi nell'altro post! Adesso tu però concentrati su quando ti è caduta la matita.. aggiungi 6 ore e fai i calcoli sull'orario: stai attento a non far cadere niente di improbabile ;-) e salutami lo zio, egoista! :-)
gremus
Ventitrè e cinquantatrè. Non mancherò! Anch'io ero serio con la mia gelosia. Però lo zio te lo saluto volentieri.
terry (non verificato)
splendido post. mi ha toccato profondamente. è così vero quello che dici! saluti affettuosi da una lettrice affezionata!
gremus
Grazie Terry e grazie dell'affettuosa attenzione che offri da tempo a Gremus. Per me scrivere è un po' un atto d'amore e riceverne gratitudine lo giudico alla stessa stregua.
Anonymous (non verificato)
Ho trovato il tuo articolo molto bello, ed emozionante e la tua comprensione del sentimento dell'Amore tra gli esseri umani. Pensa che una delle figure storiche ,che dal mio punto di vista hanno espresso un' immenso Amore di cui io ammiro immensamente è Maria Teresa di Calcutta. per quanto Amare penso sia una dimensione talmente complessa per l'incapacità di amare se stessi e infine per una inconsueta difficoltà di non vivere.una piena esistenza,io la chiamo la non vita... saluti
gremus
Ti ringrazio dell'apprezzamento. Non sono riuscito a capire bene cosa volevi dire nelle ultime frasi. Potresti chiarirmele? A presto!
Anonymous (non verificato)
la non vita è quel tipo di esistenza tra il tuo mondo irreale e il reale di cui non riesci ad afferrare e per questo anche amare è una condizione che sfugge o che neghi a te stesso come ad l'altro... saluti

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